(Re)Visioni Clandestine #38: Terror! Il castello delle donne maledette

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Error! Il mastello delle anormalità maledette

«Ma forse tutti siamo un po’ anormali»
Prefetto Ewing

L’austera esternazione conclusiva del Prefetto Ewing (Edmund Purdom) che sigilla Terror! Il castello delle donne maledette (1973), ed è quasi proferita rivolgendosi al pubblico, è perfetta per descrivere la pellicola medesima, essendo schedabile come anormale. Terror! è una creatura filmica scivolata rovinosamente di mano ai suoi creatori, e l’orrore immaginato si è tramutato in errore conclamato. Ai mostri aberranti presenti nella storia (se ne contano ben quattro), si aggiunge la pellicola stessa, perché deforme nella struttura, nella trama e nei dialoghi; sorvolando sulla pessima recitazione degli attori. Terror! si palesa come modello “mirabile” di quel cinemabis nostrano che cercava di offrire al pubblico più gioie possibili al medesimo tempo, e il cui titolo racchiude in maniera esemplare i due apici principali, solleticanti il basso istinto: “Fear and Desire”, ossia la paura (horror) e il desiderio (donne nude). Due elementi presenti nella pellicola, ma ambedue sono scadenti in fatto di quantità e qualità.

A monte di quanto appena detto, Terror! Il castello delle donne maledette ha già un’anormalità iniziale: ovvero il dubbio su chi sia stato il vero realizzatore della pellicola. Nei crediti la regia è intestata a tale Robert H. Oliver, nickname dietro il quale si nasconderebbe il produttore Dick Randall, ma s’ipotizzano una ronda di autori che avrebbero messo mano a questa creatura cinematografica. Si fanno i nomi di Ramiro Oliveros (attore spagnolo) e William Rose (sceneggiatore americano), ma queste due opzioni sono molto poco probabili, perché non hanno effettivi legami con la pellicola. Più concrete le ipotesi che la maldestra regia sia stata di Oscar Brazzi, produttore non accreditato e fratello di Rossano, il protagonista di Terror!; oppure del direttore della fotografia Mario Mancini, che due anni prima aveva realizzato Frankenstein 80, rivisitazione moderna – e anch’essa anormale – della creatura inventata da Mary Shelley. Tra queste ultime due scelte, però, la più probabile è che sia stato Oscar Brazzi a dirigere il film, o per lo meno a dirigerne larga parte, proprio perché facendo un raffronto con Frankenstein 80 ci si accorge che Mancini non lesinava sulle scene di bassa macelleria, mentre Terror! è quasi esangue al confronto. Tra l’altro, la congiunzione tra questi due horror risiede anche nella partecipazione di due attori: Gordon Mitchell, che in Terror! ricopre il risibile ruolo del servo Igor, e Xiro Papas, nelle vesti del gobbo Kreegin e, con il suo vero nome (Ciro Papa), come direttore di produzione.

Tra le anormalità insite nella trama, quella su cui è utile indugiare, anche perché suscita grassa ironia, riguarda la rivisitazione del mostro di Frankenstein. Mantenendo l’ambientazione gotica – benché sia più corretto dire “ambientazione zotica” per la grossolanità dell’impianto e degli sfondi campagnoli nostrani – nella narrazione la creatura (soprannominata Goliath) viene generata dal Dottor Frankenstein servendosi di un uomo di Neanderthal che viveva nelle campagne ed era stato ucciso dai villici. Il cavernicolo, trasportato nel misero laboratorio, viene sbarbato e in parte rasato (il cranio glabro è risolto con un’infima calotta da quattro soldi) per apporgli un nuovo cervello che, seguendo la scena precedente, dovrebbe essere quella di una procace ragazza disseppellita al cimitero dai quattro servi del Dottore. Onestamente non si comprende questo stravagante inserimento di un troglodita nella storia di Frankenstein, come non si capisce del perché ci siano ben quattro servitori: Igor, impersonato da Mitchell, personaggio in pratica inutile nello svolgersi della vicenda; il nano Genz (Michael Dunn), che pare sia stato assunto il giorno prima, non conoscendo il laboratorio segreto; il gobbo Kreegin, molto più interessato a spegnere i suoi forti pruriti sessuali; Hans (Luciano Pigozzi), il servo fedele di Frankenstein, l’unico “normale” ma con moglie fedifraga. A questa galleria di deformi, si aggiunge anche un altro cavernicolo, che quasi crea una storia parallela, soprattutto quando rapisce la figlia di Frankenstein (un omaggio alla storia di King Kong?). L’interesse verso questo cavernicolo è nell’esser interpretato da Salvatore Baccaro, che non ha bisogno di molto make-up. Per l’occasione, c’è un tocco cinefilo: gli viene appioppato l’elegante e immaginativo nome di Boris Lugosi.

Roberto Baldassarre

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