Rakkosh

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7.0 Awesome
  • voto 7

Nella mente di Birsa

Colpisce sin dal principio il piano sequenza iniziale che vede la macchina da presa capovolgersi lentamente fino a effettuare un giro completo su sé stessa. E se tale interessante incipit è in grado immediatamente di catturare l’attenzione dello spettatore, anche il resto di Rakkosh – ultima fatica dei cineasti indiani Abhijit Kokate e Srivinay Salian, presentata in anteprima italiana al Fantafestival 2019 – si rivela prontamente all’altezza della riuscita scena iniziale.

Girato interamente in soggettiva, il presente lungometraggio, ambientato all’interno di un inquietante ospedale psichiatrico, mette in scena le singolari vicende di Birsa, un ragazzo rinchiuso dalla propria famiglia nel suddetto ospedale, il quale si ritrova ad assistere a misteriose sparizioni di altri pazienti. L’unico che può aiutarlo a capire – mediante un gioco di carte – chi sarà il prossimo a sparire (o, come afferma, a essere rapito dalla malefica entità di Rakkosh) è il suo amico John, anch’egli internato. Ma cosa si cela, di fatto, dietro a queste misteriose sparizioni?
Se, dunque, inizialmente ci si sente spaesati, sia a causa della singolare scelta registica attuata, sia – com’è facilmente prevedibile in certi casi – anche a causa della macchina da presa che si muove all’impazzata, ben presto lo spettatore riesce a inquadrare (quasi) chiaramente la situazione del suddetto ospedale e a ricostruire, man mano, anche le vicende del protagonista, grazie a un copioso uso di flashback che ci mostrano la sua vita in famiglia prima del ricovero e il suo singolare rapporto con la madre morta da poco.
In un tripudio di luci e colori – dove, tra l’altro, anche la componente onirica gioca un ruolo fondamentale – ciò che i due registi hanno voluto mettere in scena – adottando sapientemente unicamente il punto di vista del protagonista – è proprio la sua contorta psiche, il suo disturbato mondo interiore, frutto di un passato privo di affetto e di comprensione.
Soltanto nel momento in cui le vicende si fanno sempre più misteriose e intricate, dunque, ci si rende conto che le certezze che avevamo all’inizio erano del tutto sbagliate. Ce ne rendiamo conto noi, così come se ne rende conto, al contempo, lo stesso protagonista, con il quale è impossibile non identificarsi.
Sullo sfondo – ma, in realtà, in maniera assai centrale – una forte, fortissima critica al sistema sanitario nazionale, il quale ci appare, nel presente Rakkosh, totalmente privo di attenzione e di umanità nei confronti dei pazienti, trattati quasi alla stregua di oggetti, più che di esseri umani (particolarmente d’effetto, a tal proposito, sono le scene riguardanti i vari elettroshock).
Al termine della visione di un prodotto come Rakkosh – il quale, tuttavia, può soltanto risentire, all’interno della sceneggiatura, di qualche lungaggine di troppo – dunque, ci si sente altrettanto scossi, analogamente a quanto avviene per il protagonista. Ed è soltanto grazie a questo singolare e indovinato approccio registico che i due cineasti sono riusciti a trattare uno spinoso tema di attualità per un lavoro dalle gradite venature dell’horror e del thriller psicologico che di personalità ne ha da vendere.

Marina Pavido

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