Purge This Land

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8.0 Awesome
  • voto 8

Passato e presente

Tra i lavori più personali di Lee Anne Schmitt v’è indubbiamente Purge This Land, il suo ultimo documentario, anch’esso girato in 16mm, anch’esso che, analogamente ai precedenti lavori della documentarista, ci racconta una porzione di storia statunitense. Perché personale? Semplice: perché, trovando un appiglio tra la storia qui raccontataci e la sua stessa vita privata, la regista ha deciso, attraverso la storia di John Brown (il quale, nel diciannovesimo secolo si è battuto parecchio affinché alla comunità nera venissero riconosciuti gli stessi diritti dei bianchi, divenendo, a tutti gli effetti, un martire per la causa) di raccontare un tema assai tristemente attuale, soprattutto ai giorni nostri, sulla pericolosa scia del trumpismo.

Tale importante lavoro – presentato al pubblico italiano in occasione della cinquantacinquesima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dove alla regista è stata dedicata una personale – è dedicato, dunque, proprio al figlio della cineasta – un bimbo di pochi mesi che, a causa del colore della sua pelle, potrebbe risentire di svariate brutture dell’odierna società dei bianchi.
E così, con una messa in scena ridotta, come di consueto, all’essenziale, Lee Anne Schmitt inizia a raccontarci le tristi vicende di John Brown, inizialmente con l’ausilio di didascalie, citazioni e – perché no? – anche pagine di vecchi libri riprese in primo piano.
A fare da protagonisti assoluti, tuttavia, sono i luoghi legati alla vita di Brown, ripresi con una telecamera rigorosamente statica, per inquadrature più o meno lunghe dove – quando non è la voce della Schmitt stessa a raccontarci la storia – sono riverenti silenzi a fare da protagonisti assoluti. Gli stessi luoghi qui ripresi, a loro volta, ci appaiono quasi lontani ed estranei a ogni qualsivoglia segno di civiltà, quali testimoni silenti di importanti e cruenti avvenimenti. Tali luoghi – siano essi sparsi casolari lontani dai centri cittadini o strade di ben più grandi città – vengono qui trattati quasi come dei musei all’aria aperta, come location di uno dei tanti episodi della commedia umana, dove, tuttavia, non è possibile osservare quanto avvenuto con distacco, in quanto la questione è ancora fortemente attuale.
Eppure, malgrado la drammaticità di ciò che qui ci viene raccontato, malgrado la seria preoccupazione della regista stessa per il futuro di suo figlio, tutto ci sembra magicamente calmo e immerso in un’atmosfera accogliente e ovattata nel momento in cui la macchina da presa fa il suo ingresso in casa di Lee Anne Schmitt: non ci è quasi mai dato di vedere il figlioletto della documentarista, se non in lontananza, attraverso finestre socchiuse; l’unico segno della presenza del bimbo è la sua tenera risata nel momento in cui l’obiettivo della telecamera si concentra sui suoi oggetti personali e sui suoi giochi, oltre al primo piano -in chiusura del documentario – dell’anta di un frigorifero con su le fotografie della regista stessa, insieme alla sua famiglia felice. Un’immagine tenera e rassicurante, questa, che, malgrado ciò che ci è appena stato raccontato, fa a suo modo sperare in un futuro migliore.

Marina Pavido

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