Prince

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Qui comando io!

Per il suo esordio nel lungometraggio, Sam de Jong ha scelto di insistere sul medesimo approccio visivo e drammaturgico affrontato con successo sulla breve distanza, che lo ha portato a collezionare una serie di importanti riconoscimenti nel circuito internazionale grazie a una manciata di pluri-premiati cortometraggi realizzati negli anni passati (uno su tutti Magnesium). Di conseguenza, la scelta di creare una continuità con i lavori precedenti ha portato il regista olandese a ritornare sui suoi passi, prendendo in prestito modus operandi e tematiche a lui particolarmente cari (le problematiche dei luoghi e dei personaggi come in Marc Jacobs o Malaguti Phantom), con la differenza che questa volta ha avuto a disposizione un racconto da stendere su una timeline dal respiro più ampio. Con Prince (Prins, in originale), presentato in anteprima italiana nella competizione della 20esima edizione del Milano Film Festival dove si è aggiudicato la menzione speciale della giuria, si trova così a firmare un nuovo coming of age che gli consente di mettere nuovamente su carta prima e in quadro poi un percorso di crescita dall’adolescenza all’età adulta, restituendo sullo schermo la cronaca della suddetta transizione.
Per farlo, il regista passa attraverso la classica storia di formazione, calata però sullo sfondo di un sobborgo olandese multietnico, dove il giovane protagonista Ayoub tenta di sopravvivere alla quotidianità di una famiglia non impeccabile e problematica (genitori separati, con madre depressa e padre vagabondo tossicodipendente), ma soprattutto alle continue umiliazioni inflitte dai bulli del quartiere. Il tutto mentre si trova a fare i conti con i primi turbamenti sentimentali che lo condurranno diritto diritto al cospetto della bellissima e intoccabile compagna del boss di turno.
Insomma nulla di particolarmente originale dal punto di vista del plot, delle dinamiche che lo animano e dei personaggi che lo vivono. Sam de Jong non si sforza di distaccarsi dallo schema consueto del genere di riferimento, ma ci si accomoda. Ciò determina una carenza piuttosto evidente di originalità nello script e nelle vicende narrate, alla quale si va ad aggiungere una familiarità altrettanto evidente con tutte le figure che via via si palesano vicino e al fianco del giovane protagonista. In tal senso, la memoria non può non tornare al cinema di Peter Mullan, ma soprattutto all’opera prima di Claudio Noce dal titolo Good Morning Aman, con la quale Prince ha non poche affinità elettive. Per provare a mescolare le carte, il cineasta prova a cambiare in corsa faccia, registro e colore alla storia per poi tornarci nell’atto conclusivo con un finale benevolo e riconciliatorio, trasferendo gli elementi a disposizione dalle luci del giorno a quelle della notte. Si passa così dalla tragi-commedia metropolitana dal retrogusto agrodolce che diverte (in odore di Spike Lee) agli incubi allucinogeni illuminati da neon e fari abbaglianti di una seconda parte all’insegna dell’educazione criminale. E qui, in particolare nel momento in cui fa la comparsa il mentore di turno, ossia il gangster Kapla e la sua Lamborghini viola fiammante, lo sguardo si sposta verso il cinema di Refn. Il passaggio a un registro più pop e al suo sterminato immaginario (con sonorità magnetiche anni Ottanta ad accompagnare il tutto), con il quale il regista olandese inizia a giocare strizzando chiaramente l’occhio alla filmografia del noto collega danese, vivacizza l’opera e la incanala su binari stilisticamente più eclettici, ma come nella prima parte ugualmente priva di originalità e di tocchi personali. Il linguaggio e la punteggiatura tipica del videoclip prendono il sopravvento, con dilatazioni temporali e stacchi ritmici che la fanno da padrona. In tal senso, uno come Xavier Dolan ha saputo fare suo il suddetto linguaggio, assorbendolo e personalizzandolo, quello che invece nel cinema dell’olandese non è altro che un modo di girare e raccontare preso in prestito.
Pur dimostrando una padronanza dell’hardware e notevoli qualità registiche, Sam de Jong sembra incapace di trovare una propria strada, personalizzando il suo modo di fare cinema e di raccontare storie. Preferisce attingere e replicare, piuttosto che inventare o reinventare. Sta qui il suo limite e lo scoglio contro il quale si vanno a infrangere le sue pellicole, brevi e lunghe che siano. Ma c’è sempre tempo per rimediare e il regista olandese a tutte le carte in regola per poterci riuscire.

Francesco Del Grosso

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