Burning

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8.0 Awesome
  • voto 8

Lo zen e l’arte di incendiare le serre

Dopo una pausa di otto anni, il grande regista sudcoreano Lee Chang-dong torna con un nuovo film, Burning, presentato prima in concorso al Festival di Cannes 2018 e ora al al Festival del Cinema Africano, Asia e America Latina 2019. Burning è tratto da una breve novella, dal titolo italiano “Granai incendiati”, dello scrittore nipponico Haruki Murakami. Nonostante sia un romanziere ormai à la page, tradotto in tantissime lingue, ogni anno in odore di Nobel per la letteratura, Murakami non ha avuto una grande eco nel cinema, e ben pochi dei suoi romanzi sono stati trasposti per la settima arte. C’è stato qualche adattamento televisivo qua e là, ma le grandi produzioni per il grande schermo sono sostanzialmente due, curiosamente di due registi asiatici ma non giapponesi, non connazionali dell’autore, contravvenendo a quella stretta connessione e quasi esclusività che vigono tra il cinema del sol levante e la sua letteratura. Rare sono le incursioni del cinema giapponese nella narrativa fuori dei propri confini, così come altrettanto rare sono le trasposizioni di romanzi giapponesi fuori dall’arcipelago. E le grandi opere della letteratura nazionale sono state portate in film tante volte. La scrittura di Murakami, incline al flusso di coscienza, è ben poco traducibile in sceneggiatura, tant’è vero che generalmente solo i racconti brevi dell’autore vengono adattati, com’è proprio il caso di Burning la cui esile sinossi è stata infarcita di nuove situazioni narrative. Il giapponese Jun Ichikawa è riuscito a fare un corto a carattere sperimentale, Tony Takitani, riproponendo al cinema uno stile che poteva essere la trasposizione di quello letterario dell’autore. Uno dei pochi adattamenti di un romanzo lungo di Murakami è Norwegian Wood, di Tran Anh Hung, regista vietnamita, asiatico ma non giapponese così come il sudcoreano Lee Chang-dong. La sensibilità panasiatica allargata di entrambi è importante nella loro lettura dello scrittore nipponico.

Lee Chang-dong sposta la vicenda dal Giappone alla Sudcorea rurale, per la precisione nella cittadina di Paju e cambia alcune cose, oltre che a rimpolpare la trama. Per esempio i granai che si diverte a incendiare il piromane del racconto, diventano le serre di cellophane nel film. Tutta la parte del gatto è assente nel racconto ma è coerente con l’universo murakamiano dove i felini sono animali simbolici ricorrenti. Ma nonostante i luoghi e i personaggi sostituiti, l’atmosfera, le sensazioni del film sono quelle tipiche di un film o di un romanzo giapponese contemporaneo. Lee Chang-dong ha voluto raccontare una società panasiatica fatta di solitudine, incomunicabilità e alienazione che accomuna ormai i paesi opulenti dell’estremo oriente, Giappone, Corea del Sud e Cina (che spesso è citata tanto nel racconto quanto nel film dove si dice che i cinesi sono simili agli americani per la cultura capitalistica e ai coreani per la base confuciana comune). La situazione in cui il protagonista del film, Jong-su, va nell’appartamento vuoto della ragazza, Hae-mi, e si masturba richiama tanto cinema orientale, in primis il taiwanese Vive l’amour, ma anche l’hongkongese Hong Kong Express, nonché il sudcoreano Ferro 3. Tra i personaggi di Burning figura il vitellone (come lo chiameremmo noi anche per la nostra tradizione cinematografica) Ben, dalla bella macchina e di cui non si capisce da dove attinga tanta ricchezza, simbolo di una gioventù annoiata e ricca che frequenta i locali alla moda o le gallerie d’arte più radical chic. Ma Lee Chang-dong localizza questo microcosmo proprio ai confini del macrocosmo da tigre asiatica di cui sopra: in lontananza si odono gli altoparlanti della propaganda della limitrofa Corea del Nord.
Il sucoreano Lee Chang-dong riesce a trasferire nel film anche quei sottili elementi della profonda cultura giapponese che ancora pervadono una società al neon, moderna, tecnologica, che Murakami sa cogliere. Hae-mi studia l’arte della pantomima. Capace di simulare di sbucciare mandarini immaginari, con una gestualità precisissima e dettagliatissima. Murakami fa dire alla ragazza: «Non ci vuole nessun talento. Cioè, non si tratta di tanto di far finta che ci siano i mandarini, ma di dimenticare che ci sono. Tutto lì», mentre il protagonista commenta: «Puro zen, insomma». Lee Chang-dong riporta l’episodio della pantomima senza l’enfasi dello scrittore e anzi mette nella stanza della ragazza un poster del grande mimo francese Marcel Marceau come a sottolineare che non di arte meramente orientale si tratti. Ma il film Burning, come sviluppato dal regista, si incentra tutto proprio sul concetto di vuoto, che è anche un pieno, centrale nella filosofia del Buddhismo zen giapponese, mutuato dal cinese chan. Il film funziona con un’ambigua presenza/assenza di personaggi e situazioni. Jong-su va tutti i giorni a casa di Hae-mi, per dar da mangiare al suo gatto, nel periodo in cui lei è in Africa. Ma il gatto non si vede mai e già da subito il ragazzo insinuava che sia il prodotto della di lei immaginazione. Eppure nella lettiera ci sono le feci dell’animale. Ma alla fine Jong-su apprenderà da una vicina che non ci possono essere gatti perché vietati dal regolamento condominiale. Sarà la stessa ragazza poi a sparire e a far dubitare della sua reale esistenza, come se tutta la prima parte non sia mai successa. E poi che dire di quella serra che Ben dice di avere incendiato, secondo il suo hobby, ma che Jong-su non ha visto? Lo spettatore occidentale abituato alle spiegazioni, alla linearità della narrazione verrà eluso, come davanti a una nuova partita a tennis di Blow-Up. Il senso del film è proprio nell’assenza, nel vuoto di un senso.
Lee Chang-dong riprende anche il senso metanarrativo della novella di Murakami. Il protagonista è uno scrittore in erba, che cita spesso Faulkner e Fitzgerald, nel definire l’agiato Ben come “Gatsby”, entrambi autori cui guarda Murakami, del secondo ha anche tradotto alcune opere in giapponese. Il regista sudcoreano decide di non applicare a sé la specularità trasformando il protagonista in un filmmaker, ma di collocarsi, con Murakami, tra Jong-su e i grandi scrittori americani. Alla fine Jong-su troverà il gatto e l’orologio della scomparsa Hae-mi a casa di Ben. Forse entrambi personaggi variabili della sua, e di Murakami e Lee Chang-dong, immaginazione letteraria.

Giampiero Raganelli

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