Perfidia

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Anatomia di un disagio

Dopo essere uscito con discreti risultati di pubblico in terra sarda, Perfidia sta sbarcando ora anche nel “continente”. Ecco, se c’è un cineasta davvero indipendente che in questo momento va sostenuto, questi è proprio Bonifacio Angius, sia per la personalità espressa dal suo sguardo che per il coraggio dimostrato nell’andare avanti senza appoggi di sorta. Isolano e isolato, verrebbe da dire. Eppure il talento lo si era capito già da quel lungometraggio d’esordio, SaGràscia, al quale Distribuzione Indipendente aveva dato visibilità in un circuito alternativo di sale. E stiamo parlando di un film che, per le sue componenti oniriche e per l’andamento rapsodico del racconto, costituiva una lodevole eccezione nell’attuale panorama italiano.

Con Perfidia ci troviamo davanti a un’ulteriore evoluzione della poetica di Angius. Apparentemente la sfrontatezza estetica e narrativa della sua precedente prova autoriale non si manifestano, qui, alla stessa maniera, ma siamo ugualmente lontani da un approccio convenzionale al racconto cinematografico. Il realismo delle ambientazioni fa un ingresso più deciso in scena, ma vi è sempre qualche dettaglio in grado di trasfigurarlo, una nota disturbante che finisce per trasformare l’altrimenti ordinario spaccato di degrado sociale in qualcosa di differente e più profondo. La storia è ambienta a Sassari. Le peculiarità del luogo traspirano da ogni inquadratura, da ogni incontro del protagonista Angelo (il volto di Stefano Deffenu, qui attore ma attivo in altre circostanze come film-maker, calamita da subito l’attenzione) con gli altri personaggi, che si muovono in una realtà tendenzialmente immobile, come ammuffita. Ma al contempo il sapore così localistico del set accoglie istanze di natura più generale, che lo fanno assurgere a parabola di una generazione dimenticata, privata di qualsiasi stimolo, affossata nelle pastoie di un’Italia sonnolenta che sembra andare avanti (o magari indietro) solo grazie a mezzucci, clientelarismi e ripieghi.

Questa è un po’ la cornice in cui si snoda il racconto. Ma la regia metodica e attenta di Bonifacio Angius è implacabile nello gestire i tempi dell’alienazione, in cui Angelo sprofonda inesorabilmente, a partire dalla difficoltà prima di comunicare col padre e poi di gestirne la malattia. Entrambi appaiono orfani di una figura femminile positiva, che sia in grado di compensarne la scarsa predisposizione al confronto. Non a caso il film si apre con il funerale della madre di Angelo. Eppure, anche gli scarni riferimenti al passato di questa presenza/assenza, compresa una breve parentesi onirica, non fanno che certificarne la debolezza, l’incapacità di porsi come modello e come sostegno a una crescita sana. La crescita del trentacinquenne, uno al quale grandi prospettive di cambiamento sembrano negate in partenza, appare infatti bloccata: tutta la sua inadeguatezza uscirà fuori, in modo triste e patetico, durante l’approccio a una giovane universitaria conosciuta per caso, quasi l’ultima (e forse impossibile) chance di assicurarsi un futuro accettabile. La disperata ricerca della bellezza, una bellezza inaccessibile ai protagonisti, sembra rientrare tra i nervi scoperti. La prima apparizione (mai termine più appropriato) della ragazza adocchiata da Angelo, del resto, coincide con una delle sequenze più personali e suggestive del film, l’arrivo in autobus delle studentesse; ninfe estranee al contesto e perciò squadrate da cima a fondo dai tipi più o meno emarginati, che compongono la compagnia del baretto. In modo analogo l’applauso solitario e le parole di sincera ammirazione, indirizzate dal padre di Angelo al pianista di un ristorante parecchio chic, sembrano fondere un altro momento di imbarazzo, inadeguatezza, sconfitta, con quella bellezza cercata disordinatamente nel grigiore della realtà circostante. L’improvvisazione al piano di un celebre brano di Gardel si presta bene, nella circostanza, a commentare le atmosfere di un’opera cinematografica in cui le aspirazioni dei protagonisti sono destinate a cozzare, regolarmente, con l’impossibilità di un riscatto.

Stefano Coccia

 

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