Perfect Day

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7.0 Awesome
  • voto 7

Impossibili missioni di pace

Il cinema di Fernando León de Aranoa si internazionalizza, riuscendo però a mantenere più o meno intatte le sue principali peculiarità. Questa è la notizia che porta alla folta schiera degli ammiratori del suo cinema Perfect Day, lungometraggio in cui il regista madrileno assembla un cast di decisa portata divistico-internazionale – su tutti Benicio Del Toro e Tim Robbins – per adottare la consueta poetica in grado di mescolare drammi profondi e lieve ironia, esplicita critica ad una burocrazia calata dall’altro sulle spalle di “poveri cristi” e riflessioni dolceamare sui beffardi disegni del Destino.
La trama di Perfect Day (il titolo italiano toglie l’articolo indeterminativo da quello originale) ci riporta al 1995, al conflitto intestino nella ex-Jugoslavia che tanto indignò il “civile” mondo occidentale fino a spingerlo ad un intervento armato, qui ritratto nella fase discendente della sua parabola. In un territorio martoriato non specificato ma che è abbastanza facile individuare nella attuale Bosnia-Erzegovina, agisce un ristretto gruppo di operatori umanitari, incaricati di togliere un massiccio cadavere umano da un pozzo di acqua potabile, bonificare lo stesso e restituire agli abitanti del villaggio la possibilità di rifornirsi. Un compito in apparenza facile che però si protrarrà per l’intero film, causa insormontabili difficoltà logistiche dovute alla situazione contingente nonché per la totale incapacità istituzionale dei presunti benefattori d’occidente – molto ansiosi, principalmente, di alzare i tacchi e togliere il disturbo – nel leggere una situazione etnica molto vicina al caos assoluto. Il “giorno perfetto” si dipanerà dunque tra pericoli vari, difficoltose ricerche di materiali, bambini indigeni da proteggere, vecchi amori che inopinatamente ritornano, per culminare con lo scontro frontale, benché del tutto impari, tra i nostri eroi ed una mentalità di comando incredibilmente ottusa nel rifugiarsi in commi e cavilli regolamentari assortiti.
Come accaduto nella sua opera più conosciuta, l’acclamato I lunedì al sole (2002), il modus operandi cinematografico di De Aranoa si muove su coordinate ben chiare, tese a far risaltare le contraddizioni insite in un simbolico modello sociale, a maggior ragione laddove gli strumenti conviviali vengono a mancare. Ai più elementari principi di solidarietà contrappone l’inviolabilità di regolamenti che invece dovrebbero essere adattati a fatti e situazioni differenti; alla mano tesa dell’aiuto logistico fa da controcanto un’incomunicabilità di fondo tra individui, non sempre dovuta solo a differenze linguistiche. Epicentro simbolico di questa situazione in tellurico sommovimento è il personaggio di Mambrù (un efficace, carismatico Benicio Del Toro), disilluso dal contesto ma sempre pronto a gesti di solidarietà, disponibile in passato a relazioni occasionali – con la bellissima collega Katya, interpretata da Olga Kurylenko – ma determinato a mantenere il punto della propria fedeltà all’attuale compagna quando Katya farà il suo ritorno sulla scena. L’umanesimo, molto “contemporaneo”, di De Aranoa scandaglia i minimi particolari interiori, descrivendo felicemente a tutto tondo ogni personaggio presente nel film. Indimenticabile, in questa chiave di lettura, l’umorismo tanto amaro quanto irresistibile del personaggio di Tim Robbins (ribattezzato lapidariamente “B”, sorta di filosofo consapevole della sua inferiorità di ruolo), autentico controcanto comico di un dramma assoluto i cui contorni rimangono sullo sfondo di Perfect Day e tuttavia assai ben evidenziati. Fino ad un finale in cui saranno gli eventi naturali a ristabilire quell’ordine costituito che l’uomo, per la durata dell’intero film, ha cercato di modificare o, alternativamente, mantenere.
La formula propugnata con una determinazione autenticamente atemporale dal cinema di De Aranoa, come scritto poc’anzi, funziona ancora. Il rischio all’orizzonte è che si fossilizzi diventando maniera; e in Perfect Day qualche piccolo segnale di allarme, soprattutto nelle derive troppo marcatamente sentimentalistiche che la narrazione pare in qualche frangente imboccare, compare. Dispiacerebbe davvero perdere per strada il talento di uno dei principali cantori della piccola/grande epopea umana, in tempi in cui quest’ultima viene messa in subordine, al cinema e nella realtà di tutti i giorni, da un Golem tecnologico che sembra sempre sul punto di fagocitarne la più autentica essenza.

Daniele De Angelis

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