Tutte le età (e le storie) di Peaches
Quando si tratta di raccontare gli artisti e la loro musica, Marie Losier non molla mai la presa. Alla film-maker francese, attiva da oltre vent’anni a New York, si devono infatti ritratti a tutto tondo di Guy Maddin, Richard Foreman, Tony Conrad, Felix Kubin e i fratelli Kuchar, solo per fare qualche nome. Presso il torinese SEEYOUSOUND aveva già saputo mettersi in evidenza proprio nella prima edizione, datata 2015, vincendo il concorso cortometraggi – ribattezzato 7 Inch – col suo Alan Vega – Just a Million Dreams. E a Torino ha fatto ritorno all’11esima edizione con Peaches Goes Bananas, in concorso nella sezione LP DOC, dopo l’anteprima mondiale alle Giornate degli Autori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2024.
Tale lavoro è uno dei documentari che l’hanno impegnata più a lungo: l’arco delle riprese, effettuate in un affascinante, magnetico 16mm, copre infatti un periodo di ben 17 anni, durante i quali la regista ha pedinato una delle artiste canadesi dall’indole più trasgressiva, libertaria, per l’appunto Peaches, accompagnandola passo passo nelle performance, nei camerini, in quella stessa dimensione privata esplorata con un senso crescente di intimità ed empatia.
Giusto per puntellare ulteriormente il discorso, così il film è stato introdotto al Cinema Massimo da Paolo Campana, uno dei curatori del festival: «Marie Losier è un’autrice molto particolare, perché usa esclusivamente il 16mm, lavora in pellicola e segue per lunghissimi periodi di tempo i suoi personaggi, creando un rapporto molto personale, molto vivo. E’ il caso anche di Peaches, in cui si avvicina alla musicista in punta di piedi e poi nell’arco di 17 anni, pensate un po’, riesce a costruire una storia in cui si percepisce proprio lo scorrere del tempo. Peaches, che ha fatto di se stessa un’icona, un’opera d’arte, si ritrova proprio a riflettere (e riflettersi) allo specchio di fronte al tempo che passa, di fronte al proprio invecchiamento. E questa è forse la cosa più interessante del film, poiché ci fa pensare allo scorrere del tempo e all’invecchiamento, cosa che sembra proibita per una star, da un altro punto di vista. Anche molto umano, fra l’altro».
Nel concordare di fatto con la lettura dell’opera proposta in sala da Paolo Campana, ci permettiamo semmai di annotare come sia proprio il montaggio, in Peaches Goes Bananas, a rendere il passaggio tra le varie età ancora più armonico, fluido, ammorbidendo i salti temporali, cucendo gli strappi, ma operando anche in modo che l’irrompere in scena della fisicità di Peachers, musicista queer e femminista il cui corpo è megafono di determinate idee, suggestioni, emozioni, produca contrasti d’ogni genere.
A Toronto i suoi spettacoli, in cui sono seni nudi a campeggiare ovunque assieme a costumi e accessori che simulano vagine giganti, rappresentano autentiche scosse d’energia, inni al rapporto positivo da intrattenere col proprio corpo e beffarde, implicite critiche all’approccio più torvo e castrante di molti benpensanti alla sessualità e alla dimensione corporea in senso lato. Qualche volta nelle riprese del film si rischia di eccedere con la macchina a mano, specie nei momenti più privati. Ma la sensibilità dell’autrice e certe invenzioni di regia riscattano sempre la genuinità dell’opera, che conosce un picco allorché si fa cenno al legame davvero speciale tra Peaches e la sorella, la cui grave disabilità motoria è preludio di una prematura scomparsa. Nonostante ciò, Marie Losier ha saputo restituirci la complicità tra le due attraverso scene memorabili, tra cui quella sorta di inseguimento in carrozzina, dal retrogusto deliziosamente “slapstick”.
Stefano Coccia









