Dialogo notturno con la settima arte
Appena quattro minuti. E sono sufficienti a Monteiro per condurre lo spettatore in un detour cinefilo, che non è solo omaggio alla settima arte (e nella fattispecie a Nicholas Ray), ma sua trasfigurazione in forma personale, introspettiva, allucinatoria e sottilmente ironica.
Scelto assieme ad altri tre titoli dalla redazione di Film Tv per esplicitare sullo schermo quel Premio alla cultura cinematografica 2025, ricevuto nel corso del Premio Sergio Amidei, il corto Passeio com Johnny Guitar (1995) è stato proiettato al Kinemax di Gorizia in pellicola, quasi a raddoppiare il godimento dei cinefili presenti in sala.
Nel folgorante cortometraggio del cineasta lusitano João César Monteiro, scomparso ahinoi nel 2003 a soli 64 anni e autore di pellicole straordinarie come Ricordi della casa gialla (Recordações da Casa Amarela, 1989) e La commedia di Dio (A Comédia de Deus, 1995) osserviamo semplicemente l’anziano João de Deus, alter ego filmico impersonato dallo stesso Monteiro, rientrare in casa di notte. Lo vediamo poi affacciarsi dal proprio appartamento e incrociare distrattamente lo sguardo con una giovane dirimpettaia. Sul balcone di lei sono stese ad asciugare, assieme ad altra biancheria, due paia di slip, come ad evidenziare metonimicamente e in modo sornione quella carica erotica, spesso presente nelle opere del grande autore portoghese.
Ma in questo caso il maggior appeal cinematografico non è tanto lì né nella peraltro splendida fotografia notturna. Risiede nella traccia sonora. Il dialogo muto tra il protagonista e la vicina di casa si anima infatti attraverso l’arbitrario (e perciò irresistibile) sovrapporsi, nell’allucinata “soundtrack” del corto, di alcuni memorabili scambi di battute tra Vienna (Joan Crawford) e Johnny (Sterling Hayden), estrapolati proprio dal capolavoro di Nicholas Ray. L’irruzione acustica di Johnny Guitar (1954) rappresenta un gustoso divertissement che, “a orecchio”, può aver deliziato all’epoca sia un raffinato studioso del sonoro nella settima arte come il francese Michel Chion, sia il nostro Enrico Ghezzi, da sempre disposto a giocare tra sincrono e asincrono. O almeno ci piace immaginare che sia così.
Se poi, senza necessariamente spacciarlo per un caso di “sincronicità junghiana”, vi è in Passeio com Johnny Guitar una sorta di contrappunto diretto, un’affinità elettiva più evidente allorché i dialoghi dell’atipico western di Nicholas Ray si poggiano con naturalezza sulla scena della ragazza al balcone, l’esperimento prosegue in forma più eterea anche quando il protagonista resta solo o quando l’inquadratura si apre totalmente, con un movimento quasi “fordiano” (tanto per citare un altro Maestro del genere), sul mondo esterno, ovvero sull’incantevole panorama dei tetti di Lisbona.
Stefano Coccia








