Only the Cat Knows

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco!

Miagolii di soddisfazione. Anche in questo caso il film lo avevamo potuto apprezzare a Udine, durante la ventunesima edizione del Far East Film Festival, per poi ritrovarlo in programma al capitolino Istituto di Cultura Giapponese, grazie alla nuova iniziativa legata al festival friulano e ribattezzata SPIN OFF IN ROME. Giovedì 23 maggio ore 19 e martedì 4 giugno ore 17, le date in cui sarà possibile vederlo nella capitale. E che siate o meno amanti dei gatti, vi consigliamo di non mancare…

In un tempo neanche troppo lontano vi era stato Ognuno cerca il suo gatto (1996) di Cédric Klapisch, delicato film francese che prendeva a pretesto la sparizione dell’amato felino per approfondire rapporti umani ed indagare, di soppiatto, sulla vita in certi ambienti parigini.
Non differentemente, l’armonia del film che un cineasta sensibile come Kobayasi Syoutarou ha saputo trarre dal manga di Nishi Keiko, ovvero Only the Cat Knows, si basa su un analogo rapporto tra il minimalismo della traccia narrativa, l’empatia per i personaggi principali e la capacità di trarne un piccolo spaccato ambientale, sociale. In questo caso è l’assetto tradizionale della famiglia giapponese a balzare in primo piano.
Difatti la scomparsa del bel micione nero cui allude il titolo è, vista la reazione più fredda di lui, il piccolo “casus belli” che mette in crisi la relazione di un’anziana coppia. Le abitudini più consolidate si incrinano, la deliziosa protagonista rivendica con decisione una maggior considerazione dal distaccato marito, che prima si aspettava semplicemente di veder pronti i pasti caldi a casa, ed i precedenti rapporti di forza cedono gradualmente il posto a un grado differente di collaborazione e rispetto reciproco; sì, perché la ricerca del fuggitivo a quattro zampe fungerà anche da catalizzatore, per un sereno ripensamento del rapporto tra i due, stante poi l’interazione con una galleria di altri personaggi pennellati tutti in modo credibile e con profonda umanità.

Tra rievocazione in flashback del periodo in cui fidanzamenti e matrimoni erano spesso combinati e riferimenti concreti alla cultura nipponica, con la preparazione del cibo e la passione per gli shōgi (i tradizionali scacchi giapponesi già celebrati più volte dal cinema, ad esempio nel bellissimo Ôte girato da Sakamoto Junji nel 1991) in evidenza, il film di Kobayasi Syoutarou regala uno sguardo sul Giappone parimenti tenero e intenso, senza mai risultare stucchevole, ma facendoci amare fino in fondo i personaggi.

Stefano Coccia

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