Il piccolo principe

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Quando un classico prende vita

Pur senza veri e propri colpi di genio, questo adattamento cinematografico di un classico come Il piccolo principe funziona e regala qualche emozione, sia per l’accorto utilizzo delle tecniche d’animazione, sia per lo spirito con cui si è voluto rivisitare un romanzo così amato. Non a caso la produzione del film si è affidata a Mark Osborne. Il regista di Kung Fu Panda (nonché autore di alcuni episodi del demenziale e divertente SpongeBob) aveva già dimostrato con la DreamWorks di saper personalizzare, rendendoli dinamici e godibili, certi elementi di una tradizione (quella cinese, nell’esempio in questione), senza per questo snaturarne l’essenza. Ed è in tale direzione che pare indirizzarsi nuovamente la sua poetica.

Ottenuta l’autorizzazione a portare avanti il progetto dallo stesso Olivier d’Agay, presidente della Fondazione che gestisce il Patrimonio Saint-Exupéry, la produzione francese ha sostenuto sin dall’inizio la visione del regista, tesa a incasellare le linee guida del racconto originario in una cornice più ampia, che ne valorizzasse l’afflato romantico ponendolo a contatto con una realtà più fredda, noiosa, banale.
Accade così che la vera protagonista del film sia una bambina, la cui esistenza già pre-ordinata si snoda all’interno di una società dai ritmi robotizzati, senza spazio per la fantasia, che prima di lei ha condizionato anche sua madre, donna gentile ma interessata soltanto alla propria carriera lavorativa e, in prospettiva, a quella della figlia. Eppure l’incontro casuale con un vecchio, strambo vicino, farà scoprire alla ragazzina stili di vita molto più liberi, esperienze da avventuriero, mondi lontani, possibili fughe dalla routine quotidiana; e le storie incredibili con cui entrerà in contatto sono, per l’appunto, quelle partorite dall’immaginazione di Antoine de Saint-Exupéry!

Orbene, la nota più interessante dell’operazione tentata da Mark Osborne, in sintonia con un’animazione d’autore europea che simili spazi creativi ogni tanto se li concede, è proprio l’alternarsi di stili e tecniche diverse in relazione alle diverse componenti della narrazione. Quando in primo piano vi è il ricco universo fiabesco del racconto originario, evocato peraltro dalle pagine di un manoscritto, l’atmosfera è resa da un più romanzesco, trasognato utilizzo della stop motion. Quando invece Il piccolo principe si trasferisce nella realtà più grigia e ordinata abitata dalla protagonista, una computer grafica volutamente triste, geometrica, da civiltà post-industriale, subentra a rimarcare le differenze. E pur con qualche didascalismo di troppo, il codice binario introdotto nel racconto riesce, almeno in parte, a coinvolgere emotivamente un pubblico posto così al bivio tra razionalità e sentimento.

Stefano Coccia

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