Needle Boy

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8.0 Awesome
  • voto 8

Qual è il limite tra ipocrisia e auto-controllo?

L’etica come branca del pensiero filosofico ha una storia lunga e affascinante. Molti grandi pensatori si sono interrogati circa i limiti e le possibilità dell’etica e della morale. Uno dei più interessanti è forse il tedesco Kant, con il suo rigido schema di un’etica e di una morale preordinate ed assolute, provenienti da Dio ed in Esso ricongiungentesi. Fichte e Hegel, altri due giganti del pensiero, rielaborarono e portarono avanti l’impostazione kantiana. Poi arrivò Nietzsche, che costruì un pensiero etico “immoralistico” e fortemente individualista che molta fortuna ha avuto soprattutto nel corso del Novecento. Il giovane regista danese Alexander Bak Sagmo, con il suo film Needle Boy, pare voler aggiungere anche il suo contributo ai secoli di riflessione sull’etica.
Obiettivo certo ambizioso ma al quale il giovane regista si applica con metodo ed un certo successo.
La pellicola, illuminata dalla livida luce del nord, ha fin da subito un registro intimista nel quale il silenzio e ciò che non si dice sono più importanti di ciò che si dice. In più di un’occasione la macchina da presa arriva ad essere incollata agli attori con primi piani invasivi e soffocanti, dando l’idea di essere mossa dal duplice scopo di vole indagare con bruciante interesse l’interiorità dei personaggi e parimenti voler obbligare lo spettatore a fare lo stesso. Nonostante la vicinanza mai si ha l’impressione che l’autore in qualche modo provi empatia per i personaggi e le situazioni, tranne forse nella sequenza della festa nel bosco; Sagmo sembra più intenzionato ad analizzare scientificamente e filosoficamente personaggi e situazioni, in ossequio a certo spirito scientifico ed all’austero protestantesimo danese. Attraverso l’occhio della macchina da presa il regista segue il protagonista Nick, un dolente ed intenso Niklas Søderberg Lundstrøm, nel suo febbrile peregrinare alla ricerca di un senso di sé che non arriva, in un ripetersi del calvario patito dal Raskolnikov di “Delitto e Castigo” ma con un sostanziale cambiamento di asse. Dostoevskij partiva sì, come Sagmo, dalle teorie etiche di Nietzsche, ma imbastiva una riflessione sulla morale, del singolo e della società, che sfociava in alcune delle più autentiche pagine di spirito cristiano e religioso mai scritte. È questa differenza, a nostro avviso, il limite vero del film. Rigoroso certo,anche se forse nella seconda parte si perde un po’, ma senza raggiungere quelle vette di introspezione e spiritualità toccate invece dall’opera dello scrittore russo. Ci viene l’idea che l’autore, con questa pellicola, cerchi di rispondere alla domanda se in una società edonistica e superficiale come la nostra ci sia ancora spazio per l’anima, per un’etica condivisa, per una morale profonda. Non riesce a rispondere compiutamente, il finale è in sospeso, ma di sicuro ha dimostrato grande talento e personalità che fanno ben sperare per il futuro.

Luca Bovio

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