All’origine
Quella alla 43esima edizione del Bergamo Film Meeting per My Fathers’ Daughter (Biru Unjárga) è stata un’altra importante tappa nel circuito festivaliero internazionale, che ha visto la pellicola di Egil Pedersen prendere parte a una serie di prestigiose kermesse alle diverse latitudini: da Toronto a São Paulo, da Santa Barbara a Tallinn. Ma dopo la visione alla manifestazione lombarda, laddove è stata presentata nella Mostra Concorso, francamente facciamo fatica a comprendere tanto entusiasmo intorno all’opera prima del regista di Tromsø, che gli addetti ai lavori ricorderanno per i suoi pluripremiati cortometraggi (tra cui Indigenous Police) e gli innumerevoli spot e videoclip da lui firmati. A sembrarci eccessivo più che altro è stato il collocamento in competizioni di così alto livello, con My Fathers’ Daughter che è apparso a nostro avviso un pesce fuor d’acqua in contesti festivalieri come quelli ai quali ha preso parte dall’anteprima canadese in poi. Ci saremmo astenuti da un simile giudizio se invece lo avessimo incontrato in qualche palinsesto televisivo o catalogo streaming. Si tratta del classico prodotto audiovisivo costruito ad hoc per quel tipo di fruizione, poiché di cinematografico, soprattutto sul piano visivo, c’è davvero poco.
Attenzione non la riteniamo una prova incolore da rispedire interamente al mittente, poiché ci sono singoli ingredienti che pescati nella ricetta sono potenzialmente meritevoli di attenzioni a cominciare dalle ambientazioni mozzafiato e agli scenari naturali che fanno da cornice alla vicenda fino alla performance dell’esordiente Sarah Olaussen Eira nei panni della protagonista un’adolescente cresciuta da una madre single nel villaggio sámi di Unjárga, all’estremo Nord della Norvegia, che non ha mai conosciuto suo padre. Indotta a credere di essere stata concepita in una clinica per la fertilità, fantastica di essere figlia di Nikolaj Coster-Waldau, la star de Il trono di spade. Ma quando la nuova fidanzata della madre si trasferisce da loro e il vero padre entra inaspettatamente nella sua vita piazzandosi in giardino con la tenda, il mondo della ragazza finisce sottosopra.
Di interessante c’è la possibilità data dal film di tornare ad esplorare dei luoghi e una comunità poco rappresentati sul grande schermo e dalla Settima Arte in generale, quella dei Sámi, meglio conosciuti come lapponi. Riavvolgendo le lancette dell’orologio la mente va infatti a quel Sami Blood di Amanda Kernell che tanto ci aveva entusiasmato e incantato per la potenza della storia, delle interpretazioni, delle immagini e per le argomentazioni trattate. E tornare per l’occasione a farlo per raccontare le crisi e i conflitti di identità di un’adolescente appartenente alla suddetta comunità, della quale il Pedersen e la collega fanno parte per origini e con la quale loro stesso hanno dovuto fare i conti, è l’aspetto più interessante. Il ché rende anche My Fathers’ Daughter un’opera a suo modo personale proprio per la conoscenza della materia e per la sua natura semi-autobiografici. Il regista norvegese però utilizza un registro e un approccio totalmente diversi rispetto a quelli drammatici della Kernell, partendo comunque da una base coming-of-age per portare sullo schermo il malessere e gli interrogativi della crescita che si mescolano con le contraddizioni, di genere, razza, status, abitudini e caratteri. Pedersen opta per un’esplorazione satirica della materia in questione, giocandosi la carta dell’umorismo per ritrarre le assurdità dell’essere una minoranza. Alle lodevoli intenzioni suo e nostro malgrado purtroppo non sono seguiti risultati tali da essere ricordati e messi in evidenza. I potenziali spunti di riflessione non mancano ma lo humour messo in campo per cogliere il bersaglio non è abbastanza incisivo e graffiante. L’eccessiva leggerezza sfiora di conseguenza la superficialità, restituendo solo un film derivativo nella confezione e nella scrittura che intrattiene ma non diverte, se non in rarissimi momenti.
Francesco Del Grosso









