Rapporti di forza e “arte degenerata”
Sensoriale. Catartico. Dissacrante. Amaro. Poetico. Così ci si è rivelato domenica scorsa al 5° Festival del Cinema Tedesco il film del pluripremiato Marcus O. Rosenmüller, Münter & Kandinsky, che stando a quanto appreso in sala verrà distribuito regolarmente anche in Italia, grazie alla PFA di Pier Francesco Aiello.
Intanto il lungometraggio in questione, datato 2024, è stato accolto con grande interesse in Germania. Ciò non deve stupire. Biopic anomalo e sottilmente destabilizzante, tale racconto cinematografico riassume le vicende personali e artistiche di due grandi interpreti dell’arte novecentesca, la tedesca Gabriele Münter e il russo Vasilij Vasil’evič Kandinskij, co-fondatori assieme ad altri del movimento espressionista Der Blaue Reiter (Il cavaliere azzurro), ponendo all’attenzione del pubblico questioni importanti in modo tutt’altro che scontato, banale. Può innanzitutto il Genio di un artista o comunque di un essere umano diventare l’unico metro di giudizio?
Fatta tale premessa lo spettatore accorto e già edotto sull’argomento potrebbe, legittimamente, porre un’obiezione: se l’oggetto del contendere è la condotta tutt’altro che cristallina (per usare un eufemismo) di Kandinskij, pittore geniale ma di certo non irreprensibile sul versante privato, nei confronti di quella Gabriele Münter da lui un tempo amata e poi liquidata con impressionante cinismo, non vi è il rischio che il racconto prenda una piega “androfobica”, revisionista, affine insomma a quella “cancel culture” che nel mettere alla berlina tante figure di rilevo del passato sta compiendo danni enormi, nella cultura anglosassone e non solo lì?
Il rischio ovviamente c’è. Ma a nostro avviso Münter & Kandinsky, forte anche di una grazia formale rara, dell’innegabile accuratezza storica e di discorsi antropologici che aspirano alla complessità, conserva una notevole onestà di fondo, facendosi portavoce di un femminismo e di un ribaltamento di prospettive non necessariamente omologati.
Del resto la prima sequenza del film è sotto ogni punto di vista una “dichiarazione di “poetica”: vediamo Gabriele Münter (una splendente e combattiva Vanessa Loibl) adoperarsi per nascondere opere di Kandinsky (notevole, più avanti, l’adesione di Vladimir Burlakov al ruolo propostogli), col quale non aveva più rapporti da decenni, durante una perquisizione di quei nazisti che nella loro grossolana e arrogante cecità avevano bollato come “arte degenerata” la produzione artistica loro e di altri soggetti non conformi ai tetri, castranti canoni imposti dal Reich.
Queste scene, innanzitutto, sono già rivelatrici e anticipatrici, poiché se la storia d’amore tra la Münter e Kandinskij (ampiamente raccontata nei flashback successivi) è destinata a naufragare negli anni per l’egoismo e il narcisismo di lui, analoga era comunque in loro la volontà di rompere tabù consolidati, sia nella pittura che nei rapporti famigliari e di coppia, come pure di sfidare qualsiasi convenzione sociale. Fosse essa lo specchio di un universo borghese stantio o dell’arrembante marea nera nazionalsocialista, poca importanza ha. Ma la sequenza della perquisizione è anche un primo indice della complessità stilistica di un film estremamente accurato, nella sua componente in costume, ma ricco di prospettive originali anche nel rappresentare l’arte, le diverse concezioni estetiche, l’impatto stesso della luce e del colore sul processo creativo. Scuole d’arte a Monaco di Baviera ancora prevenute nei confronti delle donne, esperienze di vita all’estero, musica dodecafonica, Bauhaus, ambienti naturali esplorati col pennello in mano e tanti altri scenari diventeranno strada facendo le tappe di un discorso filmico appassionante, di cui si fanno costantemente apprezzare sia la cura di ogni dettaglio che la capacità di far emergere, con le dovute sfumature, la profondità d’animo dei protagonisti.
Stefano Coccia









