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I colori della tempesta

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VOTO: 6,5

Un patrimonio da salvare

Durante la Seconda Guerra Mondiale si stima che i tedeschi abbiano saccheggiato oltre 600.000 opere d’arte in giro per l’Europa, moltissime in Italia. Una spoliazione sistematica che ha riguardato chiese, musei, collezioni private. Un bottino di guerra ancora in parte scomparso, se è vero che oltre 100.000 pezzi non sono mai tornati al loro posto nelle gallerie o sulle pareti delle case dei legittimi proprietari. Tra le opere italiane più ambite “La tempesta” di Giorgione, quadro mirabile e universalmente noto dedicato alla fuga in Egitto di Gesù, Giuseppe e Maria. La ricerca di quel tesoro da parte dei tedeschi e del suo fortunoso salvataggio, è diventata un film dal titolo I colori della tempesta, scritto (a quattro mani con Claudio Pallottini) e diretto da Roberto Dordit, presentato in concorso nella sezione “Per il cinema italiano” della 16esima edizione del Bif&st.
A compiere il pirotecnico e miracoloso salvataggio di quella e di altre 8.000 opere nello scenario dell’8 settembre 1943 fu Pasquale Rotondi, all’epoca giovane soprintendente delle Marche al quale il Ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai chiese di portare a termine un’operazione complicatissima e rischiosa su larga scala per mettere in sicurezza numerosi capolavori dell’arte italiana. Con l’aiuto della moglie Zea e dell’autista Augusto, Rotondi scelse come rifugi la Rocca di Sassocorvaro e il Palazzo dei Principi di Carpegna, in provincia di Pesaro e Urbino.
Ed è la cronaca vera di quanto accaduto ad essere diventato il cuore pulsante del racconto al quale il regista veneziano, friulano si adozione, si è ispirato per un’opera seconda che segna il suo ritorno al cinema a vent’anni esatti dal debutto con Apnea. Nel mezzo la realizzazione di cortometraggi e svariati documentari che lo hanno portato in giro per il mondo a raccogliere materiale da trasferire sullo schermo. A farlo tornare a parlare del Belpaese ci ha pensato l’incredibile quanto avvincente storia di Rotondi, che in tempo di guerra, rischiando la propria vita, contribuì in maniera determinante a salvare opere come il già citato quadro del Giorgione e tra gli altri “La cena di Hemmaus” di Caravaggio dai bombardamenti e dalle razzie tedesche compiute dal famigerato Kunstschutz, un reparto comandato dalle SS incarico di trafugare in Italia e non solo le opere richieste da Hitler e da Göring.
I colori della tempesta ha quindi come mission quella di di fare luce su vicende storiche poco note. Lo fa riavvolgendo il nastro, vestendosi in primis da period-drama per poi dipanarsi sullo schermo con il passo e gli stilemi del cinema di avventura. Tali meccanismi permettono al film di acquisire una forma e un ritmo che gli consente calamitare e portarsi dietro l’attenzione dello spettatore di turno. Torna per forza di cose alla mente il film di George Clooney che ai cosiddetti “Monuments Men” come Rotondi aveva dedicato il suo film del 2014, in cui l’attore e regista statunitense ha raccontato le gesta della compagnia formata da due storici e un esperto d’arte, un architetto, uno scultore, un mercante, un pilota britannico e un soldato ebreo tedesco per le traduzioni, per recuperare le opere che Hitler aveva fatto trafugare e nascondere in previsione della costruzione del mastodontico Museo del Fuhrer. Dordit dal canto suo si è concentrato sul fronte italiano, aggiungendo altri tasselli a questa straordinaria, se vuoi spettacolare, pagina di storia, alla quale non molto tempo fa Maurizio Zaccaro con il suo tv movie su Fernanda Wittgens, prima donna direttrice della Pinacoteca di Brera di Milano che, oltre ad aver contribuito a salvare la vita di molti ebrei perseguitati dal regime nazifascista, si era impegnata in prima persona a proteggere e nascondere il patrimonio artistico che le era stato affidato.
Ma la pellicola ha nel proprio DNA una duplice valenza, che aggiunge un ulteriore motivo di interesse alla sua visione, in quanto rappresenta anche un’occasione per venire finalmente a conoscenza di un eroe oggi quasi sconosciuto, il cui contribuito alla salvaguardia del nostro patrimonio artistico fu grandissimo. Il ché fa de I colori della tempesta anche il capitolo di un biopic, al quale è affidato il compito di fare luce sulla figura dell’uomo e non solo sul suo cruciale operato. Parallelamente alla storia con la S maiuscola, spesso intersecandosi con essa, il film entra nella sfera privata di Rotondi, facendo dell’amore e della relazione simbiotica con la moglie il contraltare alle peripezie di cui sopra. C’è quindi una linea sentimentale e melò che scorre nelle venature narrative del racconto, donando ad esso emozioni cangianti e altre stratificazioni drammaturgiche. Dordit crea un efficace equilibrio tra le due anime del film, dando ad esse il medesimo spazio e livello di interesse. Ad aiutarlo le performance degli attori e delle attrici coinvolte, a cominciare da un Simone Liberati che nel ruolo del protagonista riesce a dare corpo, voce, verità e la giusta dose di intensità al tutto.

Francesco Del Grosso

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