Ghost Stories

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6.0 Awesome
  • voto 6

Se non vedo non credo

Quando si parla di scettici e atei convinti che hanno dedicato la propria vita a fare luce sui trucchi e gli inganni di fantomatici e sedicenti santoni, maghi o esperti dell’occulto, cinematograficamente parlando è impossibile non pensare al Roberto Razzi di Sono un fenomeno paranormale. Nella pellicola di Sergio Corbucci, il grandissimo Alberto Sordi si calava nei panni di un conduttore televisivo la cui unica missione era proprio quella di smascherare tutti quei truffatori e ciarlatani al cospetto dei quali si gridava troppo facilmente al miracolo.
Ma vi starete giustamente chiedendo perché per inaugurare questa pubblicazione siamo andati a ripescare il film del 1985. Ebbene, ripensando alla vicende che videro protagonista più di trent’anni fa il buon Razzi, che lo costrinsero suo malgrado a rivedere completamente la posizione nei confronti del sovrannaturale e di tutto ciò che per decenni aveva provato a distruggere e confutare, di default l’associazione con quanto accaduto sullo schermo al personaggio principale di Ghost Stories diventa praticamente inevitabile. Nel film diretto dalla coppia formata da Jeremy Dyson e Andy Nyman, nelle sale nostrane a partire dal 19 aprile con Adler Entertainment dopo l’anteprima dello scorso ottobre al BFI London Film Festival 2017, anche il malcapitato protagonista di turno, qui interpretato dallo stesso Nyman, dovrà mettere in discussione la sua posizione a riguardo a causa di una serie di avvenimenti che ne sconvolgeranno l’esistenza. Viene da sé, dunque, una certa analogia per quanto concerne le disavventure capitate ai due personaggi, nonostante si tratti di opere lontane anni luce per provenienza e soprattutto genere. L’attore e co-regista britannico, conosciuto per il ruolo di Howard in Funeral Party e per quello di Tony nel più recente L’uomo sul treno, si cala nei panni del professor Philip Goodman, noto a tutti per il suo proverbiale scetticismo nei confronti di qualsiasi evento sovrannaturale. Il conduttore conduce un programma televisivo, nel quale smaschera false sedute spiritiche e sedicenti sensitivi. Quando gli affidano il compito d’indagare su tre sconcertanti casi di attività paranormale, l’uomo inizia a scavare sempre più a fondo, ignaro del fatto che i tre casi finiranno per rivelare, ciascuno a suo modo, dei misteri terrificanti, ben oltre la sua stessa immaginazione. Finché, via via, non giungerà a un’angosciante e scioccante conclusione che lo riguarderà personalmente.
Ovviamente non saremo di certo noi a sciogliere tutti i nodi al pettine di questo thriller dalle venature horror, ma qualcosa possiamo anticiparvela senza necessariamente togliervi il gusto della scoperta. La costruzione a incastri con la quale Dyson e Nyman danno forma e sostanza allo script prima e alla messa in quadro poi consente alla fruizione di tenere a sé l’attenzione della platea di turno, nonostante questa si perda qualche pezzo lungo la timeline. La causa è attribuibile alla scelta da parte degli autori di non puntare su una crescita graduale della tensione, bensì su un sali e scendi continuo che non ha sempre la medesima efficacia. Di conseguenza, il meccanismo funziona a fasi alterne impedendo di fatto all’operazione di avere la giusta continuità. Il palleggio insistito tra i tre casi dei quali il protagonista è chiamato ad occuparsi non reggono il passo l’uno dell’altro, dando origine a una vistosa discontinuità in termini di scrittura quanto di messa in scena, con il terzo caso, ossia quello che vede impegnato Martin Freeman, decisamente più solido e convincente.
In Ghost Stories, i due autori riescono svestire il progetto dalle matrice teatrale che l’ha generato, vale a dire l’omonima pièce da loro stessi firmata, dando al racconto, ai personaggi che lo animano e alle immagini, una veste cinematografica. Nell’adattamento provano a far convivere filoni horror diversi, alternandoli o sovrapponendoli a seconda delle situazioni. Questi sono caratterizzati da consistenze, stilemi, atmosfere, luoghi (dalla casa infestata al manicomio dismesso, passando per l’immancabile bosco di notte) e modus operandi diversi, che richiamano tanto l’horror classico quanto le più recenti declinazioni ectoplasmatiche. Il tutto tenuto insieme da una linea mistery che si alimenta di citazioni e omaggi più o meno riconoscibili (vedi l’uso frequente della falsa soggettiva alla Dario Argento), ma anche di qualche piccola dose di humour very british. Ciò restituisce al pubblico una manciata di sorprese e di salti sulla poltrona grazie all’effetto shocker, ma anche una serie di mosse ampiamente prevedibili. Ne viene fuori un mix parzialmente riuscito che riporta la mente ai film ad episodi realizzati a più mani, anch’essi caratterizzati il più delle volte da una cronica discontinuità, di quelle che mettono chiaramente in evidenza ciò che va da quello che invece non va. Ed è proprio questo il tallone d’Achille, insieme alle pecche dei VFX e della messa in quadro, che non permette al risultato finale di andare ben oltre la soglia della sufficienza.

Francesco Del Grosso

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