L’uomo nella macchina da presa

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Kinoglaz Now

Michele De Angelis ha il Cineocchio sveglio. Ha il Cineocchio lungo. Chi lo conosce sa anche che il cinema lo vive, lo realizza, lo “annusa” in ogni maniera possibile. Specie se ha l’odore delle care, vecchie pellicole, quelle che di tanto in tanto vengono ancora proiettate nelle rassegne da lui organizzate. Ed era quindi naturale che la sua bulimica cinefilia confluisse nel corto (ma con una durata che lo assimila quasi a un mediometraggio) da lui presentato in anteprima nazionale al 37° Fantafestival, ovvero L’uomo nella macchina da presa. Un titolo che è chiaro omaggio a Dziga Vertov, quello scelto da De Angelis, ma vedere il suo film è un’esperienza intensa che significa poi immergersi in tanto altro cinema.

Del resto quello teorizzato dal grande cineasta sovietico era L’uomo con la macchina da presa (capolavoro datato 1929 che ha questo titolo, in russo: Человек с киноаппаратом). Qui invece l’uomo è nella macchina da presa. Come a farsi portavoce di un Kinoglaz estremo, De Angelis non si limita quindi a profetizzare un Uomo nuovo ormai inseparabile dalla macchina da presa, assecondando le visioni più ardite di primo Novecento, ma prende tale Uomo e lo proietta addirittura dentro l’immagine, lo inserisce cioè all’interno di quel sistema di riproduzione (audio)visivo che aveva nella pellicola il suo fulcro e che si è poi ulteriormente evoluto (ammesso che l’avvento del digitale possa essere considerato una reale evoluzione). Se tutto ciò dall’esterno potrebbe anche apparire un vezzo autoriale, la visione del labirintico cortometraggio fuga ogni dubbio a riguardo, restituendoci al contrario un’idea ben precisa di ciò che è diventato l’Uomo in un’era come questa, che si è nutrita così a lungo di immagini in movimento: rispetto agli anni in cui agiva Vertov, si può tranquillamente dire che il cinema si sia installato in pianta stabile nell’immaginario collettivo, riformattando in qualche misura i nostri pensieri così come certe reazioni emotive, le nostre aspirazioni individuali e sociali al pari delle paure più recondite. Insomma, noi a volte pensiamo con il cinema, ne proiettiamo determinate categorie nella realtà di ogni giorno. Non sorprenda quindi che Michele De Angelis, tramite questo suo arguto divertissement metacinematografico, ci abbia spinto a prenderne coscienza ancora di più.

Sembra quasi che ci si stia aggirando un po’ circospetti attorno alle così eteree tracce diegetiche offerte dal film. In effetti provare a descrivere la trama è qui compito particolarmente ostico, a forte rischio poi di banalizzazione, qualora si sottovalutino le implicazioni di certe scelte.
Proviamo però a estrapolare qualche suggestione. Vi è un protagonista impegnato nei restauri di importanti pellicole, che lavorando su classici come Il ferroviere di Pietro Germi fa un’allucinante scoperta: sembrerebbe infatti che nei fotogrammi di film girati in epoche e contesti assai diversi tra loro compaia all’improvviso la stessa misteriosa figura, uno strano individuo ripreso in lontananza e intento a salutare beffardamente verso l’obbiettivo. Questa inquietante presenza diventa per il protagonista una vera e propria ossessione. Anche perché le persone accanto a lui, dalla compagna di vita al “cinematografaro” che gli commissiona i restauri, non sembrano prendere minimamente sul serio le sue segnalazioni, considerate probabilmente il frutto di una cinefilia malata, morbosa, eccessiva. Questo però lo spingerà a intraprendere una detection personale, dagli esiti sconvolgenti…
Ecco, riassumere così il plot suggerisce forse un mistery intrigante ed istrionico avviluppato a una colta idea di metacinema, ma se è vero che il diavolo è nei dettagli, lo è anche che L’uomo nella macchina da presa diventa autentico viaggio iniziatico nei meccanismi della visione grazie a tutta una serie di accorgimenti, che legano particolari scelte formali al delinearsi di un’atmosfera sospesa, in bilico tra la pur flebile traccia noir e un culto della settima arte non scevro di (auto)ironia. Campo e controcampo si trasformano così al montaggio in uno sfacciato ping pong, con disavventure reali dei personaggi da un lato e spezzoni di film celebri dall’alto. Il classico tema del Doppio viene esplorato portandolo alle estreme conseguenze, tant’è che il protagonista stesso, in un certo senso, si sdoppia. E la distinzione tra inseguito e inseguitore (la dualistica contrapposizione tra Maurizio Merli e il più esperto Paolo Triestino ha qui un suo perché) sfuma così in quella sorta di delirio introspettivo epidermicamente identificabile quale thriller psicologico. Lo stesso topos del “film maledetto”, caro ad autori come Carpenter (vedi il raffinatissimo e crudele Cigarette Burns), si affaccia di soppiatto nel racconto. Mentre con la sospensione dell’incredulità e con le riconfigurazioni spaziali caratteristiche del mezzo cinematografico ci si gioca, sì, al punto che sembra di poter arrivare in pochi passi dalla romana (e felliniana) Fontana di Trevi alla Mole torinese, con gli ambienti del Museo Nazionale del Cinema a suggellare l’impianto metacinematografico dell’opera.

Epperò, si presti attenzione, piace che tutto ciò avvenga in forma sottilmente ansiogena ma dotata anche di quel tono divertito e fondamentalmente ironico, che esplode poi nella picaresca sequenza conclusiva: camei illustri come quelli della scrittrice Cristiana Astori e della saggista e critica Mariangela Sansone, vere amanti del genere, si sommano alla passerella finale di una troupe le cui uscite prendono bonariamente in giro l’atmosfera che si respira sul set e più in particolare il mondo cinematografaro romano. Nel lungo piano sequenza lo stesso Michele De Angelis si gode sornione la propria posizione fuoricampo proponendosi a voce quale demiurgo che, oltre a una grande passione per il cinema, possieda anche la battuta pronta, all’occorrenza. Quella che a volte è necessaria per tenere le redini di un set così movimentato!

Stefano Coccia

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