Let the Summer Never Come Again

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

I dolori di un giovane danzatore

Una delle visioni più stuzzicanti, ma anche più ostiche della 35° edizione del Torino Film Festival è indubbiamente il lungometraggio Let the Summer Never Come Again, coproduzione tra Germania e Georgia presentata all’interno della sezione sperimentale Onde e diretto dal giovane cineasta georgiano – ma tedesco di formazione – Alexandre Koberidze, qui alla sua opera prima. Non soltanto la durata (ben tre ore e ventidue minuti), ma anche il fatto che tutto il film sia stato girato interamente con un telefono cellulare, hanno spaventato non pochi spettatori. Eppure, se si prova ad osservare da vicino un lavoro complesso e stratificato come questa opera di Koberidze, ci si accorge che, in fondo, il prodotto in questione è dotato di un indubbio valore artistico, oltre che di un importante messaggio politico al proprio interno.
La storia raccontataci è quella di un giovane di belle speranze che, dal suo piccolo paese di campagna, si trasferisce nella caotica Tblisi, al fine di presentarsi ad un’audizione presso un’importante accademia di danza. La vita all’interno di una grande città, tuttavia, non è facile, se non si hanno né un lavoro, né tantomeno punti di riferimento. Il giovane, così, al fine di procurarsi del denaro, è costretto a prendere parte a combattimenti clandestini ed a prostituirsi con anziani signori. Le cose sembrano cambiare nel momento in cui il ragazzo farà la conoscenza di un misterioso soldato, che, dal loro primo incontro in avanti, prenderà ad accompagnarlo in tutti i suoi spostamenti, a mo’ di angelo custode.
Tre capitoli ed un prologo, dunque, per raccontare sia lo spaesamento di un giovane all’interno di una società dove l’essere umano fatica sempre più a trovare il proprio posto, ma anche per mettere in scena il dramma della guerra – quella in Medioriente, nello specifico – ed il modo in cui l’uomo stesso è stato cambiato da essa.
Particolarmente indovinato, a tal proposito, l’uso esclusivo di un telefono cellulare nel realizzare le riprese: una risoluzione volutamente sgranata ben rappresenta il senso di spaesamento e la mancanza di certezze del protagonista, nello specifico, e dell’uomo moderno, in una lettura più universale. Particolarmente suggestiva, a tal proposito, l’inquadratura iniziale, che, a camera fissa, ci mostra una strada, immersa nel verde, del piccolo villaggio da cui proviene il ragazzo: grazie alla luce e, soprattutto, alla suddetta risoluzione, fin dal primo colpo d’occhio si ha l’impressione di trovarsi addirittura davanti ad un quadro di Jean Renoir.
Siamo d’accordo, questo complesso lungometraggio di Koberidze, proprio per la sua singolare forma e per il suo autorialismo così estremo, può anche essere accusato di eccessiva autoreferenzialità. Eppure, a pensarci bene, ciò che da un lavoro come Let the Summer Never Come Again principalmente traspare è soprattutto una gran voglia di sperimentare e di sperimentarsi, attingendo a piene mani da ciò che in passato è stato prodotto (impossibile non pensare a Chris Marker, ad esempio, per quanto riguarda la forma narrativa dell’intero lavoro, che prevede la totale assenza di dialoghi ed una voce narrante a raccontarci la storia del ragazzo), ma cercando, allo stesso tempo, una propria strada. Ottimo inizio, dunque, per un cineasta che dalla sua ha sicuramente il fatto di aver vissuto in prima persona influssi culturali di più paesi contemporaneamente.
Piccola chicca: la breve musica al pianoforte che accompagna i titoli di coda è stata suonata, secondo quanto lo stesso regista ha affermato, da un gatto. Curioso, no?

Marina Pavido

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