L’uomo dal cuore di ferro

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7.0 Awesome
  • voto 7

Heydrich deve morire!

Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria per commemorare le vittime della Shoah e ogni anno la Settima Arte partecipa portando sullo schermo pellicole che, seguendo traiettorie diverse, provano ad alimentare e a rinforzare il ricordo di quanto accaduto. Pagine nere e indelebili della Storia come questa ci insegnano che dove ci sono delle vittime esistono dei carnefici che ne sono responsabili a vari livelli. Tra questi vi è Reinhard Heydrich, uno dei più potenti gerarchi del regime Nazista e principale artefice della “soluzione finale”. Freddo e implacabile, Heydrich fu soprannominato da Hitler “l’uomo dal cuore di ferro”. Accanto a lui sua moglie Lina, che lo introdusse all’ideologia e gli fu accanto negli anni della sua ascesa. Tuttavia, un piccolo gruppo di combattenti della Resistenza Ceca in esilio, addestrati dagli inglesi e guidati dal governo Cecoslovacco, tentò di fermare “l’inarrestabile”. Heydrich fu ferito a morte durante un’azione dei paracadutisti capitanata da Jan Kubis e Jozef Gabcik, mentre con la colonna di mezzi militari stava attraversando Praga. Reinhard Heydrich fu il più alto ufficiale Nazista ad essere ucciso durante la Seconda Guerra Mondiale.
L’uomo dal cuore di ferro, trasposizione sul grande schermo del pluripremiato romanzo “HHhH” di Laurent Binet, si muove narrativamente su binari paralleli che finiscono poi per convergere e intersecarsi quando i protagonisti si troveranno l’uno di fronte all’altro in una strada di Praga. Il tal senso, il film diretto da Cedric Jimenez, già autore di French Connection, è al contempo la storia di Reinhard Heydrich e della celebre operazione “Anthropoid”, che portò al suo assassinio il 4 giugno del 1942. Il film ripercorre l’ascesa al potere di uno dei responsabili delle peggiori atrocità del regime Nazista, ma è anche un inno al coraggio, l’amicizia e l’amore che portarono un gruppo di giovani cecoslovacchi a compiere quest’impresa eroica. Non a caso il claim che accompagna l’uscita nelle sale con Videa il 24 gennaio recita «Più grande è il male, più forti sono gli eroi», perfetto per ricordare ancora una volta come il coraggio di pochi può cambiare per sempre l’esito di una guerra e la storia dell’umanità.
La pellicola del cineasta francese riesce a creare il giusto equilibrio tra le due macroaree del plot, facendo coesistere e incastonando l’una nell’altra la parte biografica con quella del dramma storico. Cinematograficamente parlando la mente torna a pellicole analoghe come Black Book di Paul Verhoeven e Operazione Valchiria di Bryan Singer. L’uomo dal cuore di ferro rispetto alle opere dei colleghi si presenta allo spettatore con un palleggio insistito tra le due parti, in un montaggio alternato che si risolve in uno showdown che sarà fatale per entrambe le parti in campo. A dircelo non è però uno spoiler, ma le pagine della Storia prima e quelle del romanzo di Binet poi, dalle quali Jimenez ha dovuto però distaccarsi quando l’autore, oltre a cercare di riportare fedelmente, per quanto possibile, i fatti avvenuti, per buona parte del libro si interroga su quale sia in effetti lo stile migliore da adottare per la scrittura di quest’opera: la semplice e cruda cronaca o l’inserimento anche di elementi di fiction non confermati da documenti storici, ma che la sensibilità dello scrittore gli fa ritenere utili per rendere più accattivante la narrazione. Lungo questa strada, arriva a confrontarsi, e a volte a polemizzare, con grandi autori del calibro di Alexandre Dumas, Victor Hugo, Milan Kundera e altri, domandandosi, senza riuscire a ottenere una risposta precisa, quale debba essere la giusta forma del romanzo. In questo originale formato, articolato in 257 brevi segmenti numerati, il materiale diaristico incentrato sullo stesso autore e il suo lavoro e la narrazione dei fatti storici si fondono in un unico momento letterario, tutto contaminato dall’estro letterario di Binet. Modus operandi e stile che ovviamente il responsabile della trasposizione e coloro che lo hanno assistito in fase di scrittura, ossia Audrey Diwan e David Farr, non hanno potuto per chiare esigenze cinematografiche replicare pedissequamente.
L’uomo dal cuore di ferro è dunque il risultato di un compromesso che ha fatto dell’ultima fatica dietro la macchina da presa di Jimenez un thriller a sfondo bellico percorso da venature biografiche. Ne viene fuori un ritratto maledetto che non può prescindere dagli eventi presenti sullo sfondo, che poi finiranno con il travolgere colui che vi è raffigurato e tutte le esistenze che a causa sua (e non solo) sono state violentemente spente. Ovviamente non c’è nulla di apologetico nel ritratto Heydrich, nelle cui scomode vesti si è calato con una pregevole e fisica interpretazione Jason Clarke, perché alla base non c’è una fascinazione per il male e nei confronti di una figura che lo ha reso terreno con le proprie ignobili gesta, piuttosto un identikit preciso per condannare lui e chi come lui ha fatto in modo che simili atrocità venissero perpetrare. E da questo punto di vista il film mostra quando c’è da mostrare dolore, sangue e sofferenza, per puntare con decisione il dito contro uno dei più alti gerarchi del Terzo Reich nonché, all’epoca, Protettore di Boemia e Moravia. Non a caso nel corso della timeline non mancano scene emotivamente disturbanti come l’interrogatorio del piccolo Ata Moravek o l’esecuzione di massa di Lidice.
Jimenez, così come nei precedenti Aux yeux de tous e French Connection, dimostra di avere padronanza tecnica (vedi uso della soggettiva) e una certa cura nei grandi/piccoli dettagli, con la componente scenografica e il comparto trucco/parrucco che mettono in evidenza l’attenzione che si è voluta dare alla ricostruzione storica. Ciò significa che parte del budget a disposizione è stato utilizzato per curare tale aspetto e non solo per pagare i cachet dei nomi di peso che appaiono nei credits (da Clarke a Rosamund Pike, passando per Mia Wasikowska). Per rendere più appassionante la fruizione, il regista francese ha inserito qua e là scene d’azione (vedi la scena dell’attentato o quella della resistenza armata nella chiesa) che alzano il livello di spettacolarità del tutto senza però intaccare la mission principale del film. Ciò che stona semmai è l’utilizzo futile e vezzoso di punteggiature come accelerazioni e decelerazioni delle quali si poteva tranquillamente fare a meno.

Francesco Del Grosso

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