French Connection

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6.0 Awesome
  • voto 6

I marsigliesi

French Connection – ogni richiamo della distribuzione italiana al titolo originale del cult Il braccio violento della legge (1971) di William Friedkin è tanto voluto quanto, per ovvie ragioni, improponibile – di Cédric Jimenez ci pone subito davanti ad una interessante questione. Se, nella metà degli anni dieci del ventunesimo secolo, sia ancora possibile realizzare un mafia-movie in un formato tradizionale, partendo cioè, narrativamente parlando, da un ipotetico punto A per terminare al fatidico punto Z. Dopo la serie televisiva Gomorra, di grande e meritato successo in tutto il mondo, la risposta più logica sarebbe quella che la dimensione televisiva potrebbe essere la scelta migliore: la frantumazione del plot permetterebbe infatti un approfondimento della materia, oltre che una spettacolarizzazione maggiormente ragionata. A meno che non entrino in gioco autori veri e propri come ad esempio Matteo Garrone, ma non è certo questo il caso. Nemmeno troppo paradossalmente, alla fine, French Connection, con il suo andamento privo di reali sorprese e digressioni di alcun tipo, finisce per ricordare un prodotto televisivo del secolo scorso, tipo il ben noto La piovra, tanto per confrontarci di nuovo con prodotti nostrani. Il limite principale del film di Jimenez, infatti, sta tutto nella sua natura estremamente didascalica, tipica di una produzione cinematografica che punta senza soverchie esitazioni al raggiungimento del pubblico più vasto possibile.
Ispirata a fatti realmente accaduti nella metà degli anni settanta – periodo in cui il lungometraggio è ambientato – la vicenda mette di fronte un integerrimo magistrato votato alla battaglia contro la criminalità organizzata di Marsiglia, ad un boss tanto feroce quanto sfuggente, a capo di una stratificata gang che sta inondando di eroina la città portuale francese. Il giudice Pierre Michel, sin troppo incline all’azione fisica, è interpretato da Jean Dujardin, capace di confermarsi attore versatile e brillante; mentre al capobanda Gaetan Zampa presta le sue doti l’efficace Gilles Lellouche. Perché questa sottolineatura? Il motivo è presto chiarito. I due attori si assomigliano in modo impressionante. Un aspetto, quest’ultimo, che la regia del mestierante Jimenez non sfrutta adeguatamente, rifuggendo in maniera programmatica da qualsiasi vertigine d’impronta filosofica sul tema della duplicità insita nell’uomo e preferendo instradarsi sui comodi binari di un decoroso intrattenimento senza infamia né lode. Pierre Michel, lo si capisce ben presto, combatte una battaglia contro tutto e tutti, seguito solo dagli agenti di polizia che lo sostengono in una missione all’apparenza impossibile, viste le protezioni altolocate di cui gode Zampa. Non mancano, nello sviluppo narrativo, le consuete crisi famigliari allorquando la sacrosanta battaglia per la legalità del magistrato pare scivolare sul crinale dell’ossessione; ma anche questa è una parentesi che Jimenez inserisce in modo prevedibile, senza gradualità né conseguente pathos emotivo. Estendendo la disamina, risulta dunque assente qualsiasi epica del sacrificio, quella scintilla in grado di favorire l’immedesimazione totale dello spettatore con la figura di Pierre Michel.
Peccato quindi che in French Connection non si respiri l’aria torbida del noir, non si viva la tensione di un thriller dove i “buoni” vivono una situazione di costante pericolo. Un contesto nel quale però il cinema non solo non osa e non sperimenta, ma non ha nemmeno il coraggio di prendersi quelle libertà che differenziano un vero autore da un ordinario shooter. Probabilmente, tanto per restare nei confini transalpini, sarebbe stata necessaria la mano registica di un Olivier Marchal per condurre French Connection ad un livello superiore. Così com’è resta, negli occhi dello spettatore, un film della durata di poco più di due ore, che non annoia ma nemmeno lascia dentro il benché minimo ricordo di sé, nonostante un finale abbastanza denso di accadimenti e chiavi di lettura in cui emergono con nitore buona parte delle ipocrisie istituzionali che continuano ad affliggere la Francia e (soprattutto) i suoi paesi confinanti ora come allora, nel segno di un’immutabilità del tempo che dovrebbe pesare come un macigno sulla coscienza di molti. Ma questo è un altro discorso. E, molto probabilmente, tutt’altro cinema…

Daniele De Angelis

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