Lucid

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Sogno e son desto

Sognare non costa nulla, ma per alcuni il prezzo da pagare invece è molto alto, come nel caso del protagonista di Lucid, l’esordio nel lungometraggio di Adam Morse presentato in anteprima italiana nel concorso della prima edizione di Oltre lo specchio. Lui è Zel, un giovane assai timido che lavora come parcheggiatore nei pressi di un club esclusivo. È innamorato di una sua vicina di casa, Jasmine, ma non ha il coraggio di parlarle. Quando Elliot, un altro vicino, gli svela i vantaggi della tecnica di “sogno lucido” per gestire la propria insicurezza, il ragazzo sembra trarne giovamento. Non fosse che inizia ad avere il dubbio che realtà e sogno si stiano mescolando.
Se leggendo la sinossi la vostra mente per qualche motivo decidesse di tornare a Hitch, nel quale un misterioso Dottor Rimorchio aiuta un uomo goffo e insicura a conquistare la donna della quale è follemente innamorato, sappiate che avete imboccato la strada sbagliate. Lucid, infatti, va da ben altra parte, in direzione opposta e contraria, mettendo da parte il registro puramente comico della pellicola di Andy Tennant per abbracciare un approccio serio e un doppio piano narrativo: reale e onirico. In principio e per tutta la prima parte del racconto questi si cedono il testimone, per poi confluire e sovrapporsi diventando una cosa sola, sino alle inevitabile conseguenze.
Non siamo però nel territorio del super hero movie, perché di poteri più o meno sovrannaturali non vi è traccia. Il “sogno lucido” è una tecnica, un sorta di dono sciamanico, che permette a chi ne fa uso di rimanere cosciente mentre è tra le braccia di Morfeo. Zel la apprende da un mefistofelico ex dottore per conquistare la bella e impossibile Jasmine, bionda femme fatale dal corpo mozzafiato, per entrare nelle grazie e fare colpo su di lei. Ma come spesso accade è l’abuso di certe pratiche a innescare una reazione a catena di effetti collaterali e gran parte della timeline altro non è che la cronaca delle disavventure tra sogno e realtà del protagonista.
Il plot e l’idea che vi è alla base sono entrambi interessanti, ma a nostro avviso sfruttano solo al 50% il potenziale narrativo e drammaturgico a disposizione a causa di una serie di momenti di stallo nella parte centrale che ne frenano lo slancio. Peccato perché la regia del cineasta britannico, il montaggio e il lavoro davanti la macchina da presa degli interpreti (su tutti il redivivo Billy Zane nei panni del dottor Elliot), si presentano come materia prima di valore.

Francesco Del Grosso

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