Mad Max: Fury Road

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8.0 Awesome
  • voto 8

Back in action!

Coloro che pensavano a un George Miller ormai arrugginito, diviso tra progetti più accomodanti e il desiderio di andare in pensione, dovranno loro malgrado ricredersi dopo aver visto la sua ultima fatica dietro la macchina da presa. Le soddisfazioni per il regista australiano non sono mancate anche dopo lo straordinario exploit ottenuto con i film d’esordio (ha vinto il Premio Oscar per il miglior film d’animazione per Happy Feet nel 2006 ed è stato nominato ad altre tre statuette per la migliore sceneggiatura originale nel 1992 per L’olio di Lorenzo, per il miglior film e la migliore sceneggiatura non originale nel 1995 per Babe, maialino coraggioso), ma ciò che è stato capace di portare sul grande schermo con la trilogia di Mad Max tra il 1979 e il 1985 è ben altra cosa. Sono sufficienti, infatti, pochi minuti di Mad Max: Fury Road, distribuito da Warner Bros. Pictures nelle sale nostrane il giorno stesso della presentazione alla 68esima edizione del Festival di Cannes il 14 maggio, per convincere gli scettici di turno a rivedere la propria posizione a riguardo, al cospetto di uno spettacolo adrenalinico e pirotecnico di altissimo livello, capace di far dimenticare la tantissima paccottiglia fanta-action degli ultimi decenni e riportare la mente ai bei tempi che furono. L’uso di un contesto post apocalittico nei film e l’immaginario tipico che vi si riferisce, come i deserti sconfinati o le vedute aeree di città demolite, i vestiti fatti di cuoio e di pelli di animali, le bande di razziatori, sono diventati dopo il successo planetario della suddetta serie fonte d’ispirazione (da Ken il guerriero a 1997: fuga da New York e Waterworld, passando per Io sono leggenda, The Road, Le dernier combat, Resident Evil, Terminator o Codice Genesi), oggetto di clonazioni più o meno riuscite e persino di scialbe parodie. Per questo, la trilogia firmata da Miller deve essere considerata un vero e proprio spartiacque per il filone.
In tal senso, il fatto che ci siano voluti la bellezza di quasi trent’anni per tirare fuori dalla soffitta il personaggio di Max Rockatansky, a maggior ragione se si pensa alle tantissime figure e serie cult riesumate negli ultimi decenni, sembrava strano che nessuno in quel di Hollywood non ci avesse ancora fatto la bocca. Tenendo presente gli esiti di alcune di queste riesumazioni, però, ripensandoci bene forse è stato meglio così. Per quanto riguarda Mad Max, però, i tentativi di riportarlo sul grande schermo non sono mancati, ma uno alla volta sono naufragati per un motivo e per un altro. Quando si è diffusa la voce che le riprese sarebbero finalmente cominciate e che a dirigere il film ci avrebbe pensato lo stesso Miller, a quel punto l’attesa  ha iniziato a crescere in maniera spasmodica così come le aspettative. Quest’ultime fortunatamente non sono state deluse e il quarto atto della saga ha fatto il suo dovere.
Il regista australiano ha messo da parte maialini e pinguini intrepidi ed è tornato alla grande, dimostrando a chi lo dava sul viale del tramonto, ma soprattutto alle nuove leve come si gira un fanta-action con i controfiocchi. Per farlo ha deciso di ritornare al passato e rilanciare la sua creatura, ma non riprendendo il discorso là dove lo aveva interrotto nel 1985 con Mad Max – Oltre la sfera del tuono, piuttosto riazzerando tutto e persino affidando il ruolo del protagonista a Tom Hardy e non più a Mel Gibson. Dunque, ci troviamo al cospetto di un reboot e non del classico sequel. Una scelta a nostro avviso azzeccata, perché il più delle volte lo spettatore ha dovuto cibarsi situazioni forzate che giustificassero in qualche modo la ripresa del plot come nel caso di Highlander ad esempio. Una cosa deve essere però chiara a tutti: se Miller ha preferito un reboot a un sequel non di certo perché i precedenti fossero da dimenticare, bensì per dare nuovo lustro a un qualcosa che aveva lasciato delle tracce significative nella storia del cinema di genere. Di conseguenza, non è la stessa cosa accaduta a Batman, con Nolan che ha rilanciato un personaggio che al cinema era stato letteralmente affossato dagli ultimi, abominevoli, capitoli firmati da Schumacher.
Detto questo, con Mad Max: Fury Road si assiste al ritorno del celebre Guerriero della Strada. Ossessionato dal suo turbolento passato, Max crede che il modo migliore per sopravvivere sia muoversi da solo, ma si ritrova coinvolto con un gruppo in fuga attraverso la Terra Desolata su una blindocisterna da combattimento guidata dall’imperatrice Furiosa. Il gruppo è scappato dalla tirannide di Immortan Joe che, furibondo per il tesoro che gli è stato portato via, ha sguinzagliato tutti i suoi uomini sulle tracce dei ribelli. Ha così inizio una feroce e lunghissima caccia all’uomo che non lascia nemmeno il tempo di respirare, tanto ai protagonisti quanto al pubblico. Ne viene fuori un action efficacissimo, adrenalinico e fortemente spettacolare, gioia per gli occhi e un po’ meno dei timpani degli spettatori che vengono costantemente bombardanti da una raffica di esplosioni, tamponamenti e conflitti a fuoco, ai quali contribuisce in maniera devastante il rock duro della colonna sonora.
Per dare forma e sostanza al mondo di Mad Max, Miller guarda ancora una volta al western come al vero genere di riferimento (con incursioni horror e poliziesche a completare il tutto), con orde di folli e disperati al posto di sceriffi, cowboy e banditi, a bordo di motociclette, camion e  automobili e non di cavalli e di carovane. Qui l’unica cosa che conta è sopravvivere e non importa come. Per un po’ di benzina si è pronti a uccidere e a farsi uccidere, molto di più di un bicchiere d’acqua o di qualcosa di caldo da mangiare. L’umanità è al collasso e la speranza è un lusso che nessuno vuole più permettersi. Il messaggio del film è fin troppo chiaro e lo era già stato ai tempi di Interceptor, dove il riferimento era alla crisi petrolifera degli anni Settanta che aveva messo in ginocchio l’economia mondiale. Sfruttando quel bagaglio accumulato e ampliamente sviluppato nella trilogia, il regista e i suoi co-sceneggiatori non avevano quindi bisogno di riprendere il discorso, ma concentrarsi unicamente sulla vicenda e sui personaggi, potendo così mettere da parte tutto il background. La mancanza di uno sviluppo drammaturgico è il riflesso fisiologico. Per cui, se qualcuno dovesse puntare il dito nei confronti della pochezza della scrittura, dovrebbe in primis prendere in considerazione il fatto che Miller & Co. hanno deciso di puntare tutto sulla componente cinetica, estetica e di intrattenimento, mettendo da parte l’introspezione e via dicendo. Certo, avrebbero potuto sforzarsi molto di più nel cucire una trama più spessa e stratificata, meno scheletrica ed essenziale, ma il loro intento era quello andare subito al sodo e così hanno fatto.
Mad Max: Fury Road è una corsa al massacro contro il tempo, capace di regalare momenti esaltanti di alta tensione grazie a una sequela di scene d’azione dal forte impatto visivo: dall’inseguimento con conflitto a fuoco attraverso la tempesta di sabbia a quelli nella gola di roccia e nella palude notturna, senza dimenticare quello dell’epilogo. Miller schiaccia subito il piede sull’acceleratore e non lo molla sino all’ultimo fotogramma utile. Lo stile teso si appoggia a un  linguaggio rapido e nervoso, che ha però il merito di rimanere comunque di facile lettura, a differenza del caos tecnico che è solito mettere in quadro un Michael Bay. Ciò permette alla platea di turno di gustarsi tutte le sequenze e di divertirsi.

Francesco Del Grosso

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