Lockdown all’italiana

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Più che all’italiana… all’amatriciana 

A metà settembre, quando Medusa ha cominciato a promuovere Lockdown all’italiana di Enrico Vanzina, su Twitter molti utenti si sono scagliati, con svariati commenti inferociti, contro il film, perché colpevole di voler scherzare su una grossa tragedia appena passata (e ancora non terminata). Accuse lanciate basandosi solo sul tema (il Covid e la relativa clausura) e sul titolo della pellicola, senza che si attendesse di tastare con l’occhio e la mente come Vanzina avesse trattato il delicato argomento, e se la resa filmica della storia fosse di buona fattura. Fortunatamente molti addetti ai lavori hanno subito solidarizzato con Vanzina (accusato tra l’altro di sciacallaggio), e le polemiche si sono disciolte rapidamente. Per tanto, giunta la possibilità di saggiare la pellicola nella sua interezza, che tra l’altro segna l’esordio dietro la macchina da presa di Enrico, antecedentemente solo in veste di co-sceneggiatore della ditta Vanzina, è possibile finalmente esprimere un giudizio pieno su come è stato svolto il compito.

L’approccio di Vanzina all’argomento non è stato assolutamente irrispettoso, ma è stato quello usuale dell’ironia, presente in tante sue commedie, e cioè tirare frecciatine ai vizi italioti. I Vanzina, dopotutto, sono i prosecutori della commedia all’italiana, e va ricordato che nella loro lunghissima carriera hanno spesso e volentieri prediletto l’Istant Movie, ossia quei film che vogliono fotografare la società del momento. Molte volte il loro scatto è stato sfocato, mentre altre volte azzeccato, sebbene in forma imperfetta. Basterebbe pensare a Yuppies – I giovani di successo (1986) oppure a Le finte bionde (1989), pellicole certamente criticabili a livello qualitativo, che sono specchio di un certo tipo della società italiana degli anni Ottanta. Lockdown all’italiana, come sottolinea limpidamente il titolo, s’inserisce perfettamente nell’Istant Movie, essendo una fotografia – molto sfocata – su quanto era appena successo. Chi ha memoria, si ricorderà che nel mezzo della tragedia più di una volta sono stati raccontati fattarielli d’italiani che, allergici alla clausura, escogitavano ridicole scuse pur di uscire dalle proprie case; oppure di coppie che si sono sfasciate per il troppo vivere insieme nelle anguste mura di casa. Ecco, tra quei tanti episodi grotteschi Vanzina ha voluto mettere in scena la forzata clausura di due coppie italiane, che rappresentano rispettivamente la borghesia e il proletariato. Queste due storie scorrono in parallelo e sono legate fra loro solo perché due dei personaggi (rispettivamente Ezio Greggio e Martina Stella) hanno una relazione extraconiugale (che nel film si manifesta solo tramite Whatsapp). Non mancano, nei dialoghi e in qualche scenetta, accenni agli altri buffi fatti, però Vanzina si focalizza, anche per gli stretti spazi in cui devono muoversi i personaggi, sulle loro solitudini e sugli scontri verbali di coppia, andando così a creare una pochade di stampo teatrale che si concentra giustappunto sul verbale (a volte con delle tirate pseudo-filosofiche), cercando di evitare la gag fisica (le uniche sono pessime). Questi personaggi, presi singolarmente, cercano solo la felicità (come è messo in evidenza dalla citazione iniziale di Prevert), e la clausura acuisce la loro solitudine. Sfortunatamente questo sentimento è espresso in modo banale, e non basta l’innesto cinefilo di una scena estratta da La terrazza (1980) di Ettore Scola, ossia quella del deputato Mario (Vittorio Gassman) che esterna al congresso del suo partito che è un diritto essere felici. Quella cattiveria, che dovrebbe manifestarsi con le ipocrisie dei singoli personaggi e dalle loro battute, risulta molto annacquata e il modello Carnage (2011) dista anni luce. Il problema è che la sceneggiatura, a cui ha collaborato anche Paola Minaccioni, non si stacca da molte usurate macchiette, solo qualche dialogo centra il bersaglio, e la descrizione dei due ceti è logora (intercalato dai differenti gusti cinematografici: l’avvocato guarda e riflette su La terrazza, il tassista ammira Alberto Sordi ne I nuovi mostri). Lockdown all’italiana, essendo quasi una pièce teatrale, dovrebbe avere come punto di forza, oltre ai dialoghi, gli attori, ma nel quartetto l’unico funzionale è Ricky Memphis, che recita con onestà. Fortunatamente il vero piacere comico arriva quando entrano in scena (via webcam) Maurizio Mattioli e Fabrizio Bracconeri, esponenti di quella veracità romana vanziniana. 

Roberto Baldassarre

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