Immergersi nella Natura per lenire il Dolore
Qualche anno fa, per la precisione il 7 aprile 2021, arrivò la notizia che Ina Marija Bartaitė, una delle figlie del Maestro lituano Šarūnas Bartas già messasi in luce da giovanissima per alcuni ruoli cinematografici (col padre aveva interpretato lo splendido Peace to Us in Our Dreams), era stata vittima a Vilnius di un drammatico incidente stradale. La sua scomparsa fu naturalmente un trauma terribile. Qualcosa che ha ferito l’anima del regista per sempre. Ma essendo l’autore uomo di profonda, istintiva spiritualità, a distanza di anni ha ritenuto che la Natura, pur non potendo far sparire quel dolore, potesse essere l’unico antidoto in grado di rielaborarlo, lenirlo, sublimarlo anche attraverso le possibilità offerte dal mezzo cinematografico, utilizzato a sua volta con evidenti finalità terapeutiche; e così assieme alla persona a lui più vicina nella perdita, l’altra figlioletta Una Marija Bartaitė, si è voluto recare in un villaggio sulla costa pacifica del Messico dove la figlia maggiore aveva partecipato ad alcune riprese cinematografiche, collezionando una delle esperienze più belle e intense della sua troppo breve esistenza, con l’idea di dar vita a un personalissimo oggetto filmico che rappresentasse anche una sorta di “lungo addio” alla persona cara.
Nasce così Lagūna, l’opera di Bartas presentata quale evento speciale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Ne siamo rimasti intimamente colpiti. Quasi soggiogati. Poiché la bellezza delle immagini qui si fa specchio della profondità del pensiero e dei sentimenti.
Del resto, sebbene negli ultimi anni il suo cinema abbia assunto (con esiti non sempre felici) una più marcata valenza politica, Šarūnas Bartas si era imposto nell’immaginario collettivo proprio per la capacità di far dialogare certi archetipi antropologici, esistenziali, con l’elemento naturale stesso. Nacquero così autentici capolavori come Lontano da Dio e dagli uomini (1996) e Freedom (2000). In Lagūna l’autore filma la Natura dei Tropici con aria quasi trasognata, coniugandone la sublime essenza coi propri stati d’animo. Assieme a lui osserviamo gli specchi d’acqua, la flora lussureggiante, uccelli acquatici e altre esotiche specie animali, più in particolare quel miracoloso ecosistema rappresentato dalle foreste di mangrovie. La bellezza è ovunque. Ma lo sono anche i ricordi tristi.
Bartas alterna così l’osservazione degli scenari naturali con i momenti di riflessione e piccoli riti famigliari, durante i quali è la piccola Una Marija Bartaitė ad accompagnarlo. La scarna franchezza dei loro dialoghi ti entra nel cuore. Ne risulta così, senza forzature, un acuto apologo filosofico sulla perdita, sull’assenza; e anche l’habitat in cui hanno stazionato per settimane se ne fa partecipe, tant’è che le immagini dei danni creati da una tempesta tropicale diventano, di sguincio, sottile allusione a quel ciclo di morte e rinascita nel quale siamo costantemente immersi.
Stefano Coccia








