Come cani randagi
Nel ricco palmares della 35esima edizione del Festival del Cinema Africano, Asia e America Latina c’è stato spazio anche per Irkalla – Gilgamesh’s Dream (Irkalla Hulm Jijiljamish), ultima fatica dietro la macchina da presa di Mohamed Jabarah Al-Daradji, che alla kermesse milanese, laddove è transitata dopo le presentazioni in vetrine prestigiose come Locarno e Toronto, si è aggiudicata il premio ACEC Milano. Un riconoscimento, questo, che consentirà alla pellicola del regista iracheno di avere una circuitazione – seppur ridotta – nelle sale nostrane. Un’occasione di visibilità, oltre a quella data già offerta dalla kermesse meneghina, che consentirà all’opera in questione di portare all’attenzione dello spettatore di turno un film importante che mette in luce le condizioni estreme in cui sono costretti a crescere i bambini in un contesto di guerra.
Irkalla – Gilgamesh’s Dream ci racconta questo vissuto assumendo un punto di vista complesso, quello dei diretti interessati, costretti a vivere loro malgrado e nell’indifferenza globale sotto le bombe. Tra loro c’è il protagonista del settimo film di Al-Daradji. Il suo nome è Chum-Chum, un bambino di nove anni che vive per le strade di Baghdad. Grande sognatore, è fortemente convinto che le acque del Tigri nascondano l’ingresso a Irkalla, l’Aldilà della mitologia mesopotamica, dove spera di ritrovare i genitori morti. Chum-Chum è anche diabetico, situazione che causa non poche complicazioni nella sua vita. Al suo fianco è onnipresente l’amico Moody, che invece si lascia trainare dalla violenza delle milizie e dal miraggio di emigrare in Olanda. Per ottenere quel denaro bisogna però rubare e non solo. A fare da cornice la Baghdad del 2019, devastata terra di nessuno, nella quale migliaia di persone, soprattutto giovani, sono scese nelle strade per protestare contro la corruzione del governo in molte città dell’Iraq con conseguenti scontri anche gravi. Tra le strade e lungo i margini del fiume Tigri i più piccoli crescono come possono nel vuoto educativo e affettivo lasciato da adulti assenti, tra fame, tensioni e violenza, aggrappandosi all’unica cosa che gli resta: l’immaginazione e l’amicizia. E forse è proprio in quel fragile intreccio tra realtà e sogno che si nasconde la sola, ostinata possibilità di resistenza e di futuro.
La forza di Irkalla – Gilgamesh’s Dream, film tanto emozionante quanto straziante (vedi la scena della morte di Alì o la corsa all’ospedale per salvare Chum-Chum), sta nella sua capacità di raccontare l’infanzia in un contesto di guerra senza rinunciare a uno sguardo poetico e visionario. Senza scivolare nella sabbie mobili della retorica e della spettacolarizzazione della sofferenza, l’opera indaga e mette in scena il rapporto tra guerra, infanzia negata e perdita dell’innocenza, intrecciando la brutalità del reale con la forza simbolica del mito e dell’immaginazione. Lo fa con una messa in quadro e una messinscena rigorose, fortemente realistiche, all’interno delle quali si fanno largo parentesi oniriche che ricordano quelle presenti nella timeline di Nezouh – Il buco nel cielo, La vita è bella o Jojo Rabbit. Nel film di Al-Daradji c’è però lo spirito spielberghiano de L’impero del sole che si mescola senza soluzione di continuità con un’anima di ispirazione fortemente neorealista. Un riferimento che si dichiara apertamente nel suo rivolgere lo sguardo a capolavori come Paisà e Ladri di biciclette, ma anche a quell’infanzia che il compianto Kiarostami ha raccontato in maniera sublime nella sua filmografia attingendo dalla medesima fonte. Alla base c’è la medesima autenticità e vrità, quelle che trasudano a getto continuo dalle interpretazioni dei giovani ed esordienti attori non professionisti Yussef Husham Al-Thahabi e Hussein Raad Zuwayr, che nei panni di Chum-Chum e Moody regalano al film e alla platea momenti di grandissima intensità.
Francesco Del Grosso









