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La sindrome degli amori passati

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VOTO: 8

Una rivoluzionaria “terapia di coppia”!

Diciamoci la verità. Quel pizzico di follia più volte riscontrato nel cinema belga, di questi tempi, è un toccasana di fronte al piattume che avvolge altre filmografie. Il discorso vale già da qualche decennio. Dalle opere del “decano” Jaco Van Dormael a Il cameraman e l’assassino di Rémy Belvaux, così intriso di black humour, passando magari per le stralunate, adorabili pazzie firmate in tandem da Fiona Gordon (lei australiana, d’origine) & Dominique Abel (L’iceberg, Rumba, Parigi a piedi nudi), si può scorgere un concentrato di originalità, bizzarria, umorismo acido e fantasiose trovate che altrove fa capolino di rado.
Belgi sono anche Raphaël Balboni e Ann Sirot. Ed era facile ipotizzarne la provenienza, verrebbe da dire a questo punto. Già il loro precedente lungometraggio, La folle vita, non era certo passato inosservato. Con La sindrome degli amori passati quella che ci troviamo di fronte è comunque una svalvolata commedia sentimentale, in cui il tema della “crisi di coppia” viene affrontato da angolazioni pressoché inedite. E per qualche verso “rivoluzionarie”.

Coppie in crisi. Una maternità che non arriva. Il rapporto (più o meno) problematico coi rispettivi ex. Anche solo elencando gli ingredienti del plot, vi era sufficiente materiale per sviluppare il solito film melenso, serioso, tale da risultare eccessivamente querulo o in alternativa troppo zuccheroso. E ai vulcanici autori Raphaël Balboni e Ann Sirot, invece, è venuta la geniale idea di raccontare questi passaggi, a dir poco scontati, partendo da un assunto paradossale di suo, per poi svilupparlo attraverso un impianto formale assai creativo ed eclettico.
Alla coppia protagonista, composta dalla piacente Sandra (un’ottima Lucie Debay) e dall’apparentemente più ingessato Rémi (un Lazare Gousseau che, perdonateci una confessione tanto spudorata, in certi momenti pare quasi il sosia del nostro Maccio Capatonda), un terapeuta decisamente fuori dagli schemi prescrive infatti di fare sesso con tutti gli ex, per superare quel trauma (ribattezzato per l’appunto “sindrome degli amori passati”) che a quanto pare sta impedendo loro di avere un figlio.

Da tale presupposto, per certi versi quasi barzellettisco, altri sarebbero scaduti nel triviale. Al contrario Raphaël Balboni e Ann Sirot ne hanno approfittato per una ricognizione della “fluidità” dei sentimenti, nella società contemporanea, condotta però senza frivolezze di troppo o diktat ideologici, privilegiando anzi surreali svolte narrative e una messa in scena tanto libera da oscillare, a tratti, tra il linguaggio del videoclip e il cinema sperimentale.
Stilizzate, evocative, nonché estremamente buffe, sono le coreografie di quei “balletti”, scelti dagli autori per alludere ai rapporti sessuali tra i protagonisti e i loro partner di un tempo, anche se forse sono proprio le differenti strategie adoperate dalla coppia per convincerli a “stare al gioco”, la parte più divertente del film. Trattando di sesso, sentimenti e rapporti famigliari in modo giocoso, anarcoide, ma senza mai banalizzare alcunché, La sindrome degli amori passati finisce per essere una commedia sorprendente, gustosa, attuale; una pittoresca sarabanda i cui tempi comici si affermano con naturalezza senza minare la credibilità e la sfera interiore dei personaggi, tutto ciò anche per merito di un cast calatosi alla perfezione nelle stralunate atmosfere del racconto, sia per quanto concerne la coppia protagonista, che per i ruoli secondari così ben caratterizzati.

Stefano Coccia

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