La regola del gioco

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7.0 Awesome
  • voto 7

Professione reporter

Non è un vero e proprio thriller, La regola del gioco. Piuttosto un film modernamente antropologico che cerca di indagare sull’etica umana non disdegnando incursioni nel melodramma più sincero, una volta appurato che quella del giornalista Gary Webb è una storia vera. Il titolo originale del film, Killing the Messenger, già racconta molto degli sviluppi narrativi. Dove però il verbo “uccidere” va interpretato in senso metaforico invece che letterale. Del resto si conoscono bene quanti modi esistano per “eliminare” una persona. La storia, che si svolge alla fine degli anni novanta, è nota: quasi casualmente Webb, reporter di un medio-piccolo giornale di Sacramento, viene a conoscenza di un processo per traffico di droga per il quale è stato rilasciato per errore un rapporto che attesta un legame tra governo americano e traffico di droga negli States, atto a finanziare i Contras nicaraguensi contro il governo di sinistra di quel paese. Webb fa il suo lavoro, trovando porte (troppo) sorprendentemente aperte, e la “bomba” mediatica esplode. Ma ad ogni azione, soprattutto in casi come questi, corrisponde una reazione, per cui il prosieguo dell’inchiesta verrà ostacolato in ogni modo possibile, sia dagli organi investigativi del governo – per una sorta di feroce riflesso pavloviano – che dai giornali rivali, gelosi dell’enormità dello scoop.
Se, come si accennava ad inizio articolo, chi si aspetterebbe un thriller al calor bianco rischia seriamente di rimanere deluso, La regola del gioco possiede tuttavia altre frecce al proprio arco. In primis quella di riuscire a muoversi con buoni risultati sullo scivoloso crinale a rischio retorica della questione morale, per provare a comprendere quali possano essere i limiti ai quali può mirare un professionista nel proprio lavoro. Gary Webb, interpretato da un ottimo Jeremy Renner a capitanare un cast di lusso, si trova a percorrere, in brevissimo tempo e quasi senza rendersene conto, la strada che porta dagli altari maggiormente luminosi alla polvere più amara. Quella in cui si vede la propria vita esaminata da un microscopio altrui e potentissimo, capace di mettere a rischio l’equilibrio personale e famigliare allo scopo di far tacere verità estremamente sgradite all’establishment. Il regista Michael Cuesta – tanta gavetta televisiva alle spalle (Six Feet Under e Dexter, tra gli altri) – forse memore dei suoi trascorsi professionali, riesce a ricondurre la vicenda ad un’efficace dimensione intimista, orientando la macchina da presa più sui personaggi che sulla possibile spettacolarità dell’intreccio. Rifuggendo così la tentazione della ricerca di un’epica in equilibrio tra puro pathos e lezione morale alla Insider di Michael Mann – peraltro discretamente impossibile da eguagliare – ma concentrandosi al contrario sui dettagli, particolari in apparenza anche poco significativi capaci però di rendere meglio di qualsiasi pamphlet l’estrema corrutibilità insita nel dna dell’uomo, declinata nelle sue molteplici sfumature. La regola del gioco assume in questo modo le sembianze di un viaggio nella parte meno visibile degli Stati Uniti, quella che trasforma un potenziale sogno americano di verità smascherata da un singolo individuo osteggiato da interi blocchi sociali, in un incubo senza fine dove la posta in ballo è l’esistenza, oltre che della persona stessa, dei valori fondanti di qualsiasi democrazia che abbia il coraggio di professarsi tale. Con un finale a duplice lettura che, in un certo qual modo, attesterà l’ineluttabile veridicità di entrambe le affermazioni.
Se la cosiddetta “regola del gioco” è quella generale di pensare agli affari propri e non alla visione del bene comune, allora è giusto che chi infrange tale precetto sia destinato a pagare un prezzo molto alto. Coloro che, al contrario, credono nella necessità dell’utopia come motore di progresso, dovrebbero allora vedere ne La regola del gioco un invito all’azione giusta e imprescindibile. Qualunque sia il proprio ambito di competenza. Anche perché il momento in cui si è chiamati alla prova, piccola o grande che sia, può capitare quando meno lo si aspetta.

Daniele De Angelis

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