Catturare l’attimo
Quello di Alina Marazzi è sempre stato e continuerà ad essere un cinema incentrato sulla memoria e sulla donna. Due elementi, questi, che trovano ulteriore spazio di approfondimento nella sua nuova opera dal titolo La ragazza con la Leica, scelta per inaugurare la sezione Orizzonti dell’83esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia prima dell’uscita nelle sale con Bim Distribuzione.
Con il secondo film di finzione dopo Tutto parla di te, liberamente ispirato al romanzo omonimo di Helena Janeczek, la regista milanese aggiunge un tassello alla sua personale galleria di personaggi femminili che non riescono ad aderire a modelli che vengono dall’esterno, dalla famiglia e dalla società. Figure, quelle portate negli anni sul grande schermo, con e attraverso le quali l’autrice ha e continua a parlare di aspetti e tematiche dal peso specifico rilevante. Così dopo il potentissimo Un’ora sola ti vorrei (incentrato sulla figura della madre e sul suo suicidio a 33 anni), il poetico Vogliamo anche le rose (documentario su quindici anni di lotte per l’emancipazione sociale della donna) e l’intenso Per sempre (un viaggio che ha indagato tre comunità di religiose cattoliche italiane per comprendere le motivazioni che possono indurre una donna a una scelta di vita così definitiva), la Marazzi torna a parlare dei temi a lei cari raccontando un capitolo cruciale dell’esistenza di Gerta Pohorylle, meglio conosciuta come Gerda Taro, pioniera del fotogiornalismo, nota per i suoi reportage di guerra e per essere stata la compagna di Robert Capa, con il quale aveva stabilito un forte sodalizio professionale.
Traendo spunto dal libro della Janeczek del 2017, vincitore del Premio Strega, la regista dirige un biopic che esplora l’amore e il legame professionale con il celebre fotoreporter ungherese, ma sopratutto gli ideali democratici e l’impegno dell’artista tedesca nel campo della fotografia e del giornalismo. In particolare si concentra su un periodo ben preciso della protagonista, qui interpretata da una convincente e partecipe Emilia Schüle, raccontando l’ultimo giorno a Parigi (il 14 luglio 1937 )della Taro prima del suo ritorno sul fronte della guerra civile spagnola, dove perse la vita a soli 26 anni in seguito a tragico incidente. Palleggiando su piani temporali tra passato e presente riaffiorano i momenti che hanno segnato la sua vita: l’impegno politico a Lipsia accanto al suo primo amore, gli anni dell’esilio nella città francese dove giunse con gli amici di sempre fuggendo dalla Germania nazista, il colpo di fulmine con Capa, la scoperta della fotografia e il desiderio, sempre più forte, di usare la sua Leica come strumento di lotta e di libertà. Il risultato è un ritratto della prima fotoreporter morta sul campo di battaglia, una donna che ha incarnato un tempo in cui tutto sembrava ancora possibile, che consente allo spettatore di avere una nuova occasione per riscoprire la sua importante eredità.
Come nel già citato lungometraggio d’esordio Tutto parla di te, che le valse il premio come miglior regista emergente al Festival internazionale del film di Roma 2012, incentrato sul tema dell’ambivalenza materna, la cineasta milanese intreccia la finzione con altri linguaggi artistici, che in questo caso sono i filmati d’archivio e ovviamente la fotografia d’autore, che qui non poteva non portare la firma di Capa e della protagonista. Un modus operandi, quello della commistione di linguaggi, che ritroviamo anche in questa sua nuova fatica dietro la macchina da presa, nella quale la fotografia e i materiali di repertorio non accompagnano o commentano, ma sono parte integrante del racconto, del tessuto narrativo e della drammaturgia. Innestati chirugicamente nelle singole scene, questi tasselli non non risultano mai dei corpi estranei ma partecipano attivamente alla narrazione e alla messa in quadro, mescolandosi senza soluzione di continuità con il live action.
Pre-esistente e ricostruito dialogano in perfetto equilibrio e simbiosi alimentandosi a vicenda, quanto basta per diventare un corpus unico. La scrittura di Valia Santella e della stessa Marazzi ne tiene conto e getta delle basi solide sulle quali impostare la fusione, ma sono la trasposizione e il montaggio a fare in modo che i linguaggi comunichino efficacemente. In La ragazza con la Leica, la Marazzi, che dell’uso del repertorio ha fatto un marchio di fabbrica avendoci lavorato in svariate occasioni (oltre ai titoli già citati merita di essere ricordato anche Confini, episodio del film collettivo 9×10 novanta, realizzato con filmati d’archivio dell’Istituto Luce sulla Grande Guerra e versi poetici di Mariangela Gualtieri), rende il dialogo incessante, funzionale e mai didascalico. Un merito che va condiviso con la montatrice Ilaria Fraioli e con il direttore della fotografia Manuel Alberto Claro. Le riprese in S8mm/S16mm delle sequenze di fiction creano quella texture in grado di amalgamare al meglio ciò che poi la fase di editing in un mirato e attento taglio e cuci renderà un tutt’uno. Così facendo gli archivi e le foto originali della Taro e di Capa non fanno da corollario o da semplice contesto storiografico, ma sono protagonisti a tutti gli effetti delle scene. L’utilizzo che se ne fa è il punto di forza e il motore portante dell’opera, con la mente che torna a Vincere di Marco Bellocchio.
Francesco Del Grosso









