La douleur

0
6.0 Awesome
  • voto 6

Aspettando Robert

Giugno 1944, la Francia è ancora sotto l’occupazione tedesca. Marguerite, giovane e talentuosa scrittrice, è membro attivo della Resistenza assieme a suo marito Robert Antelme. Quando quest’ultimo viene deportato dalla Gestapo, Marguerite intraprende una disperata lotta per liberarlo. Instaura un’inquietante relazione con Rabier, collaboratore del governo di Vichy, e corre rischi terribili per salvare Robert, in un intricato dedalo di incontri e inseguimenti per le strade di Parigi.
Più di una persona avrà riconosciuto nelle trame della storia del film del quale ci apprestiamo a parlare l’identità di colei che l’ha vissuta sulla propria pelle. Per coloro che, al contrario, non avesse ricollegato la vicenda in questione, tragicamente reale nei suoi sviluppi e conseguenze, alla sua protagonista, è della celebre scrittrice e regista Marguerite Duras (pseudonimo di Marguerite Germaine Marie Donnadieu) che si sta parlando. Lei e un capitolo centrale della sua esistenza sono diventati a distanza di una ventina di anni circa dalla sua scomparsa il tessuto narrativo e drammaturgico di una pellicola per il grande schermo, ossia La douleur. Un titolo, questo, che a sua volta potrà risuonare alle orecchie del lettore piuttosto familiare. Anch’esso, infatti, ha le radici ben piantate nella storia, in questo caso quella della letteratura. Le pagine dell’omonimo romanzo autobiografico della Duras, nascosto e dimenticato per anni dall’autrice prima della pubblicazione avvenuta nel 1985, hanno trovato finalmente la strada della sala grazie all’adattamento cinematografico di Emmanuel Finkiel, presentato in concorso al Festival di San Sebastián 2017 e più di recente fra le “Anteprime Internazionali” della nona edizione del Bif&st.
La douleur narra l’attesa spasmodica e atroce del ritorno, nel 1945, dai campi di concentramento nazisti dei deportati francesi. Al dramma collettivo per i tanti morti e le attese snervanti di notizie, si mescolano le vicende della sofferenza personale dell’autrice: il marito Robert Antelme, una delle principali figure della Resistenza, è arrestato nel giugno 1944 e deportato al Campo di concentramento di Dachau. Dall’inferno non tornerà il Robert conosciuto e amato, ma un uomo distrutto nel fisico e mutilato per sempre nell’anima. La protagonista parla della sua reazione di fronte a questo scempio, parla delle misure, pratiche, da lei prese per porvi rimedio, e infine parla del distacco.
Il risultato è un dramma storico che si fa carico di una sofferenza individuale e collettiva. Il tutto filtrato dagli occhi e dalle parole di una donna che al contempo si è trovata a ricoprire il triplice e scomodo ruolo di protagonista, narratrice e testimone. Questi ruoli riescono a coesistere senza entrare mai in conflitto, grazie alla capacità dell’autrice del romanzo di passare continuamente dalla dimensione privata a quella pubblica e viceversa. Lo stesso modus operandi che il regista francese replicherà fedelmente nel processi di riscrittura prima e di messa in quadro poi. Entrambi all’insegna dell’eleganza nel narrare e nel mostrare.
Quello che approda sullo schermo, però, è un film denso e pieno, forse un po’ troppo, tanto da raggiungere un livello tale di saturazione da rendere la fruizione non particolarmente scorrevole. Chi all’epoca de L’amante, anch’esso dal cuore pulsante autobiografico, aveva gradito tanto l’opera letteraria quanto la sua trascrizione audiovisiva per mano di Jean-Jacques Annaud, non potrà che riprovare le medesime sensazioni. Questo perché Finkiel, così come il connazionale, nel trasporre La douleur, ha deciso di assecondare in tutto e per tutto le scelte ritmiche e il punto di vista in soggettiva del racconto. I tempi eccessivamente dilatati e il flusso mnemonico e orale ridondante e logorroico che poco spazio lasciano alle azioni costituiscono la colonna vertebrale del racconto, ma solo rare volte, e grazie all’interpretazione di un’intensa Mélanie Thierry nei panni di Marguerite, tale flusso riesce a creare un ponte empatico tra il mittente e il destinatario. E tra quelle poche volte c’è sicuramente l’epilogo, un acuto straziante che lascia il segno nella mente e nel cuore dello spettatore di turno.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

due + 12 =