La dosis

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

La dose di suspense

Al termine della pellicola La dosis (2020) di Martín Kraut, sovviene alla mente un noto pensiero di Antonio Gramsci: “La storia insegna, ma non ha scolari”. Tale doloroso aforisma, se lo si parafrasa cinematograficamente, diverrebbe: “Hitchcock insegna, ma non ha scolari (sempre attenti)”. Nella storia del cinema, Sir Alfred Hicthcock è uno degli autori cinematografici più venerati, e per tanto il suo stile e tra i più omaggiati/citati (per non dire scopiazzati). I thriller di Brian De Palma sono là a dimostrarlo, oppure anche i gialli cinefili di François Truffaut. Su tale argomento si potrebbe stilare una corposa lista di quanti hanno raccolto dall’opera di Hitchcock, a volte cogliendo solo una soluzione narrativa o riutilizzando un artifizio tecnico. Il problema è che molte volte non è sufficiente ricalcare, seppur con attenta perizia, quanto fece l’autore inglese, ma saper maneggiare quel tipo di soluzione. E La dosis, programmato al Festival #Cineuropa34, nella sezione Latinoamericano, è tra quelle pellicole che recuperano la suspense ideata da Sir Alfred ma non riescono a maneggiarla completamente.

La dosis segna l’esordio nel lungometraggio del giovane regista argentino Martín Kraut. Aveva esordito con il cortometraggio Que miren (2012), che fu anche premiato in differenti festival. Già con quel breve lavoro, incentrato su tre personaggi (due giovani e un anziano), Kraut dava sfoggio di come sapesse maneggiare la macchina da presa, costruendo sequenze ammalianti, e allo stesso tempo mostrava la sua predilezione nel voler costruire una storia in cui le relazioni e le reazioni dei personaggi fossero palpabili, attraverso la tensione che si instaurava tra loro. Queste particolarità embrionali sono presenti anche in questo suo lungometraggio, di cui ha scritto anche la sceneggiatura. Storia catalogabile come Medical Thriller, per l’ambientazione prettamente ospedaliera e per le sospetti morti che si verificano nell’ospedale, La dosis verte su un ambiguo duello a due, tra il maturo e sgraziato Marcos (Carlos Portaluppi) e il giovane e bello Gabriel (Ignacio Rogers), che conosce il suo segreto. L’entrata in scena di Gabriel sconvolge completamente i piani di Marcos, perché il giovane non si insinua solo nell’ambito lavorativo, ma destabilizza anche la vita privata di Marcos. Dopotutto la sua vita è completamente dedicata al lavoro, avendo una situazione personale completamente solitaria (ad esempio mangia sempre da solo). L’unico aspetto che li accomuna è che ambedue applicano l’eutanasia, ma mentre Carlos lo fa per lenire i dolori dei morenti (anche se non richiesto) Gabriel l’adotta perché si diverte ad uccidere i degenti. La tensione prende forma nel film proprio quando Carlos cerca di scoprire il passato del suo collega, dopo alcuni strani indizi scoperti casualmente. Questo scontro, però, è anche dettato da un’invidia personale, sia per i differenti aspetti fisici e sia per come Gabriel conquista tutti i colleghi, mettendo al margine Carlos. Questa suspense hitchcockiana è ben dosata nella prima metà della pellicola, con una tensione tangibile in molte scene, tra atmosfere ambientali tese e dubbi sui comportamenti dei personaggi, ma poi si sfalda e cede a un finale troppo eccessivo, con il reale scontro tra i due.

Roberto Baldassarre

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