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La dolce casa

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VOTO: 8

Lo scrivo sui muri

Perso nei meandri della sterminata e labirintica programmazione della 33esima edizione del Torino Film Festival, dove si è aggiudicato una meritatissima Menzione Speciale della Giuria nella sezione Italiana.Corti, La dolce casa brilla di luce propria, spiccando sulle altre produzioni brevi presentate nelle giornate della kermesse piemontese per le tante emozioni che è in grado di suscitare e risvegliare nello spettatore di turno. Il ventaglio, in tal senso, è totalmente spalancato, quanto basta per abbattere anche le difese immunitarie più  resistenti dello spettatore più ostico.
Alla regista Elisabetta Falanga sono sufficienti diciotto minuti per dare vita a un’opera di grandissima intensità, di quelle che sanno come schiaffeggiare e accarezzare il cuore del fruitore. Sarebbe sufficiente questo a calamitare verso di sè l’attenzione, a maggior ragione se si pensa al fatto che annualmente in Italia vengono realizzate centinaia e centinaia di produzioni sulla media e lunga distanza che non riescono a raggiungere il medesimo risultato nemmeno potendo contare su una timeline più vasta e con maggiori mezzi economici a disposizione. Il cortometraggio scritto e diretto dalla regista siciliana, qui alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa dopo un percorso nelle arti visive che l’ha portata a esporre in importanti spazi nazionali e internazionali, è la dimostrazione che la semplicità, l’onestà, la verità e la forza intrinseca di una storia come quella proposta, possono alimentare lo script e la sua trasposizione, guidando di riflesso la messa in quadro. Nel caso de La dolce casa, lo strumento utilizzato per fare breccia nelle sinapsi di colui che vi entra in contatto è il potere evocativo delle parole, dei ricordi, dei suoni e delle immagini. Il tutto si mescola senza soluzione di continuità, restituendo un magma incandescente che travolge qualsiasi cosa si frappone tra lo schermo e la platea.
La Falanga interseca i fili del tempo e le coordinate spazio-topografiche, creando un ponte tra passato e presente, tra ciò che era, ciò che è stato e ciò che è. Il motore portante del plot e la memoria, in questo caso la sua e quella nascosta tra le stanze, i vicoli, i negozi e le piazze di una terra natìa lasciato anni fa. Lì l’autrice riscopre il padre Giovanni ormai defunto, precedentemente affetto da malattia mentale, e con lui il suo essere figlia (e forse anche se stessa), in un dialogo a distanza che non ha più nulla di terreno se non le tracce ancora presenti nei luoghi e nei ricordi della gente che incontra lungo il percorso. E la mente non può non tornare al meraviglioso Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi. Ne scaturisce una sorta di diario personale a metà strada tra il documentario e il cinema di natura sperimentale La regista sicula si avvale di entrambi i linguaggi, facendoli suoi, così come sua è la vicenda che racconta. Ogni fotogramma è una pagina di questo diario intimo e carico di dolore, scritto con delicatezza, in punta di matita, senza mai calcare la mano sulla spettacolarizzazione del dolore. I frammenti che lo compongono sembrano apparentemente confusi ed ellittici, ma a conti fatti acquisteranno un senso chiaro e profondo. Il suo script funziona esattamente come la mente umana, come il flusso inarrestabile che lo caratterizza. Tutto si accumula e si sussegue; a noi l’arduo compito di mettere insieme i pezzi. Questo fa de La dolce casa un lavoro che sfugge alle facili catalogazioni, istintivo nel modo in cui è stato concepito e celebrale nel modo in cui ha preso forma e sostanza. Per comprenderlo e apprezzarlo veramente c’è però bisogno di entrarci dentro, individuandone il cuore pulsante per poi arrivare alla sua essenza.

Francesco Del Grosso

    

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