La Cordillera de los Sueños

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8.0 Awesome
  • voto 8

Tempi storici e tempi geologici

Terzo capitolo della trilogia di Patricio Guzmán, che ha compreso La memoria dell’acqua e Nostalgia della luce, dedicata alla natura e alla storia, all’immensità della prima e alle tragedie della seconda. La Cordillera de los Sueños, presentato come proiezione speciale al Festival di Cannes 2019, contempla ancora una volta, come nello stile del filmmaker documentarista cileno, i tempi geologici e quelli storici per realizzare una poesia del Cile, un paese dalla geografia unica, una lunghissima striscia di terra, lunga 4 300 chilometri e dalla larghezza media di soli 180. Come unʾisola sospesa tra lʾOceano Pacifico e la cordigliera delle Ande. Questʾultima si erge imponente da un periodo di tempo che oscilla tra i 100 e i 60 milioni di anni, occupando ben lʾ80% del territorio cileno, sovrasta le città del paese, osserva impassibile le tragedie umane che avvengono ai suoi piedi, come la feroce dittatura di Augusto Pinochet, durata otto anni, dal 1973 al 1981.
La roccia e la città. Guzmán regala immagini di grande fascino delle metropoli cilene, riprese dallʾalto e della catena montuosa, anche nelle sue riproduzioni pittoriche che campeggiano nella metropolitana di Santiago. Opera in più occasioni dei montaggi che associano i reticoli degli strati rocciosi, le increspature minerali, con il disegno viario delle grandi città dallo skyline moderno del paese. In La Cordillera de los Sueños il regista intervista numerosi artisti e testimoni, tra cui spicca la figura del filmmaker Pablo Salas che ha coraggiosamente filmato gli atti brutali delle repressioni delle manifestazioni di piazza del regime, e che ora conserva quel suo materiale in un archivio scalcinato fatto di pile di videocassette. Quanto sono rudimentali e sgranate quelle immagini che registrano di nascosto la violenza della polizia di regime, e quanto sono invece estatiche, di perfetta definizione, le riprese dei paesaggi fatte da Guzmán! Salas rappresenta così uno dei due alter ego interni di Guzmán stesso, la sua anima arrabbiata contro chi ha ucciso il sogno democratico di Allende, lʾomaggio a chi, a differenza dello stesso Guzmán che ha vissuto in esilio, è rimasto nel paese negli anni più bui. L’altra anima, quella artistica, è rappresentata invece dallʾillustratore della stazione della metropolitana.Il regista si inserisce anche nel vecchio palazzo, incrostato, che è stato il quartier generale della dittatura, quellʾedificio dove è stato elaborato il modello economico del paese sotto lʾegida del liberismo sfrenato della Scuola di Chicago. Quale assurdità, osserva Guzmán, parlare di libertà economiche in un contesto dove non vengono rispettate le più elementari libertà individuali. Ma in questa illusione di ricchezza sta anche la comprensione del punto di vista, fatta da qualcuno degli intervistati, di quella parte del paese che la dittatura lʾha voluta e appoggiata in nome dellʾillusione di un miracolo di benessere. E quellʾesperimento economico ha lasciato un segno ancora oggi, nelle privatizzazioni che coinvolgono anche quelle rocce eterne, nellʾacquisizione delle miniere da parte dei grandi gruppi privati.
Le rocce del film alla fine comprendono anche un meteorite, la macrodimensione si estende sempre di più, fino a contemplare il cosmo e i mondi extraterrestri. In fondo Patricio Guzmán ci sta dicendo ancora una volta quanto la storia dell’umanità con i suoi drammi, gravida di sofferenza, rappresenti un pulviscolo, un baluginio, un battito di ciglia, sia dal punto di vista spaziale che da quello temporale. Ma proprio per questo carattere effimero, è indispensabile preservare la memoria delle tragedie, dei genocidi che si sono succeduti nel mondo.

Giampiero Raganelli

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