Takara – La notte che ho nuotato

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8.0 Awesome
  • voto 8

Takara il piccolo esploratore e l’avventura al mercato del pesce

Il cinema ha due elementi fondativi: il movimento e l’immagine. La parola venne aggiunta solo in un secondo momento con il duplice scopo di fornire un nuovo motivo di attrazione al potenziale pubblico e nobilitare un mezzo espressivo, fino ad allora considerato poco più che un’attrazione da fiera, rendendolo più affine a teatro e letteratura. A tutt’oggi nondimeno non sono pochi gli studiosi e gli appassionati che considerano l’epoca del cinema muto come il periodo nel quale il cinema raggiunse la sua forma più apollinea. Non deve dunque stupire la possibilità di incontrare opere a noi contemporanee che espungono i dialoghi dalla loro grammatica. Takara – La notte che ho nuotato è una di queste opere.
Nell’adottare tale stile narrativo gli autori Damien Manivel e Kohei Igarashi scelgono di ibridarlo con un altro medium che vede nell’immagine uno dei suoi elementi fondativi, il fumetto. Nel fare ciò optano per una regia statica, con camera spesso immobile a filmare una scena circoscritta. Tale scelta di regia porta il film ad essere composto da una serie di tableaux vivants, piccoli quadri che si animano passando da fumetto a cinema. La camera tuttavia non è assolutamente immobile, ma non segue gli attori nello spazio, li scruta in disparte mentre si muovono fungendo da quarta parete e ricalcando il linguaggio del cinema all’epoca del muto. Adottando tale stile di ripresa i due registi mettono in evidenza il forte legame di grammatica che intercorre tra cinema e fumetto. Ciò a cui ci riferiamo sono gli storyboards, ovvero le rappresentazioni grafiche, sotto forma di sequenze disegnate in ordine cronologico, delle inquadrature di un film o, parimenti, di un fumetto. La consonanza della pellicola con la grammatica del fumetto si allarga a comprendere anche una divisione in capitoli con titoli in sovra-impressione che rimandano allo stile delle titolazioni di certi manga. Lo stile delle inquadrature e della messa in scena, inoltre, suggeriscono alla mente le opere di Jiro Taniguchi. La grande attenzione a riportare anche i suoni, i rumori minimi, è tipica di Taniguchi; così come l’interesse per storie sempre minime, come quella del protagonista, che compie il suo viaggio per far vedere il proprio disegno al padre.
Paragonarlo alle opere di Taniguchi, dunque, non è improprio e può aiutare a comprendere lo stile della narrazione. Ricordiamo che Taniguchi è assai noto e stimato in Francia e perciò non deve stupire che Manivel e Igarashi vi si ispirino. Parimenti la luce, i colori, l’assenza di chiaro-scuri riportano alla mente anche la tradizione della bande dessinée franco-belga, che di tali elementi stilistici ha fatto il proprio tratto distintivo.
Ciò a qui ci troviamo davanti, dunque, è un fumetto animato, il tentativo di esprimersi attraverso un linguaggio di sole immagini ibridando sensibilità, tradizioni e media solo apparentemente lontani e invece contigui e assimilabili in molti punti.

Luca Bovio

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