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Köln 75

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VOTO: 7,5

Un concerto leggendario

Ci sono concerti che più di altri sono passati alla storia, uno di questi è quello che vide protagonista Keith Jarrett il 24 gennaio del 1975 all’Opera di Colonia, tappa di quel fortunatissimo tour da solista che portò il celeberrimo musicista statunitense a suonare nel giro di due anni davanti alle platee di mezza Europa. L’esibizione nella città tedesca divenne leggendaria per l’altrettanto leggendario disco per pianoforte che ne nacque, il The Köln Concert, del quale è possibile ascoltare uno dei brani nella colonna sonora di Caro diario di Nanni Moretti. Con oltre quattro milioni di copie vendute fino a oggi, il doppio album dall’iconica copertina bianca resta il disco jazz solista e l’album per pianoforte solo di maggior successo di sempre.
Ma leggendario è anche il modo pirotecnico in cui tanto il concerto quanto la registrazione andarono in scena e a raccontarcelo è il film scritto e diretto da Ido Fluk che risponde al titolo Köln 75, che dopo la première mondiale alla 75esima Berlinale è stato presentato al Bif&st 2026 prima dell’uscita nelle sale nostrane con Lucky Red. Giunto al teatro poche ore prima del concerto per provare il piano, Jarrett constatò che non vi era lo strumento pattuito, un Bösendorfer 290 Imperial, bensì un altro pianoforte, della stessa fabbrica, ma molto più piccolo. Peraltro lo strumento, usato dal coro del teatro, aveva un pedale rotto e non era accordato correttamente. Jarrett, pertanto, andò a cena e disse all’organizzatrice dell’evento che, se non fosse riuscita a rimediare sostituendo il pianoforte con quello pattuito, non avrebbe suonato. L’organizzatrice riuscì unicamente a sistemare l’accordatura dello strumento, ma il pianista non fu soddisfatto. Solo a causa dell’insistenza della stessa, decise di effettuare lo stesso il concerto. Il resto è noto e passato alle cronache. Cosa accadde prima e durante a livello organizzativo, logistico e tecnico, al contrario è meno conosciuto. A raccontarcelo in forma romanzata e da un punto di vista inedito è il regista israeliano di adozione americana, che nel suo terzo lungometraggio ha scelto di rievocare la cronaca degli eventi con e attraverso il punto di vista di Vera Brandes, l’allora ribelle diciottenne divenuta poi patrona della scena musicale di Colonia degli anni Settanta, che rischiò tutto per dare vita a quello storico concerto, sfidando le idee conservatrici dei suoi genitori, le previsioni poco incoraggianti e una serie di imprevisti.
In Köln 75, l’autore mescola la ricostruzione storica dell’evento con la biografia. Le due linee narrative si intersecano alimentandosi a vicenda dando forma e sostanza a un period esteticamente molto curato che chiama in causa, oltre al processo creativo e artistico, anche le contestazioni del movimento femminista nella Germania degli anni Settanta e il percorso di emancipazione di una giovane donna dell’epoca. Tematiche, queste, non approfondite ma posizionate volutamente sullo sfondo per delineare e restituire il contesto nel quale la vicenda in oggetto si è consumata. La storia vera della Brandes, qui interpretata da una bravissima e magnetica Mala Emde, fa da motore portante dello script e al contempo da ponte per entrare in contatto con una figura davvero affascinante, che il film ha il merito di fare scoprire, facendola emergere dalla nebbia che storicamente l’avvolgeva perché offuscata e messa in secondo piano da quella ingombrante di Jarrett. Darle centralità, cambiando la prospettiva, ha di fatto elevato l’opera, conferendole quel grado superiore di originalità che altrimenti non avrebbe avuto.

Francesco Del Grosso

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