Diamoci un taglio (di capelli)
Ogni anno il Festival del Cinema Europeo ospita nel suo programma una selezione dei film finalisti al LUX Audience Award, ossia il premio organizzato dal Parlamento europeo e dalla European Film Academy in partenariato con la Commissione europea (Europa Creativa) e Europa Cinemas per promuovere i valori dell’Unione Europea attraverso la forza evocativa del cinema. Tra le pellicole della cinquina 2025 dell’ambito riconoscimento c’è anche Christy di Brendan Canty, presentata alla 26esima edizione della kermesse leccese dopo il battesimo dello scorso febbraio alla Berlinale 2025, laddove si è aggiudicata il Gran Premio della Giuria Internazionale al Miglior Film nella sezione “Generation 14plus”.
Da non confondere con l’omonimo film di David Michôd con Sydney Sweeney che racconta la storia biografica dell’ex pugile professionista Christy Martin, prodotto nella stagione corrente, l’opera prima del pluridecorato regista irlandese trae infatti ispirazione da un suo precedente cortometraggio, del quale riprende storia, ambientazione e personaggi, dando a questi ingredienti un respiro sulla lunga distanza e una conseguente evoluzione sul piano narrativo e drammaturgico. Come lo short anche il film ci porta al seguito del diciassettenne Christy, la cui vita è arrivata a un bivio. Cacciato dalla famiglia affidataria e lontano dal comfort del sobborgo in cui viveva, si trasferisce da Shane, il fratello maggiore con cui da tempo ha interrotto i rapporti e che abita nei quartieri popolari a nord di Cork. Per Shane è solo una sistemazione temporanea. Ma col tempo Christy inizia a sentirsi parte di quel mondo: partecipa alla vita del quartiere, stringe nuove amicizie e prova a ricucire i legami con il proprio passato, nonostante la cattiva reputazione della sua famiglia. Shane, invece, cerca di impedirglielo: per lui, il modo migliore di prendersi cura di Christy è spingerlo verso un futuro diverso — anche se questo significa lasciarlo andare. Dopo anni di distanza, i due fratelli sono costretti a fare i conti con un passato turbolento e a scegliere la direzione del proprio futuro.
Il titolo chiama subito in causa il nome del protagonista di questo che è a tutti gli effetti per caratteristiche genetiche il capitolo cruciale del classico romanzo di formazione, che si porta dietro e sviluppa le tematiche chiave e gli stilemi del suddetto filone. In Christy non mancano i conflitti generazionali, gli ostacoli della maturazione e il ventaglio di stati d’animo di un ragazzo che sta per raggiungere la maturità. Nel mentre prova a non farsi ammaliare dal fascino del male e sopraffare dal passato e dai fantasmi che tornano puntualmente a bussare a testa e cuore, a cominciare dalla tragica morte della madre e dal complesso rapporto con il fratello maggiore. Dinamiche, queste, piuttosto ricorrenti nel coming-of-age e che Canty ha dunque affrontato nel film, ma che qui si tingono oltre che di dolore e solitudine, anche di momenti di pura gioia e speranza. Sono questi a fare la differenza e a diversificare la tavolozza utilizzata dal cineasta irlandese, che non è composta solo di tinte e sfumature cupe, quelle che il più delle volte colorano storie di disagio e (de)formazione come queste. Storie che fanno dei problemi della classe operaia e dei bambini che crescono abbandonati a se stessi il proprio baricentro.
In tal senso, pur riflettendo quelli che sono i canoni e i modelli del cinema generazionale anglosassone sempre così crudo e diretto, Christy riesce a suo modo a distinguersi aggiungendo quel mood che ne allarga lo spettro emotivo. Bravissimo l’autore a mostrarcelo e altrettanto efficace il giovane Danny Power (e il resto del cast) a restituirlo davanti la macchina da presa con una performance capace di trovare il giusto equilibrio di temperatura, alla pari della scrittura e della regia, tra durezza e tenerezza.
Francesco Del Grosso









