Killa Dizez

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7.0 Awesome
  • voto 7

La morte viene da dentro

Virus letale e Contagion sono solo due dei numerosi film che raccontano e mostrano le conseguenze disastrose e tragiche di una possibile pandemia, ma sottolineiamo la parola possibile, perché nelle pellicole dirette rispettivamente da Wolfgang Petersen e Steven Soderbergh le catene di cause ed effetti nascono e terminano con lo scorrere dei titoli di testa e di coda. Il tutto, dunque, resta confinato sullo schermo nell’arco della proiezione, con storie e personaggi che per fortuna tornano ad essere il frutto dell’immaginazione dello sceneggiatore di turno. Entrambe le pellicole e le vicende in esse narrate si muovono pertanto sul terreno della finzione, ma ciò non vuol dire che nella vita reale i virus non esistano e non continuino a mietere milioni di vittime. Particolarmente colpite sono quelle zone del Globo dove le malattie mortali sono all’ordine del giorno e riuscire debellarle resta un’impresa titanica a causa della povertà, della mancanza di igiene e di prevenzione, della malnutrizione, della scarsità di strutture ospedaliere idonee e di personale medico specializzato. Al cosiddetto cinema del reale e non solo ai prodotti destinati al piccolo schermo spetta, quindi, il compito di documentare quanto accade ogni maledetto giorno in quelle zone, in particolare nell’Africa Occidentale, dove il numero dei decessi causati dall’epidemia di turno – soprattutto nelle fasce più giovani – è altissimo e non sembra destinato a diminuire.
Proprio per tutta questa serie di motivi, un documentario come Killa Dizez acquista un valore e un’importanza che vanno oltre i giudizi di merito o demerito sul lavoro tecnico e drammaturgico. Quella firmata da Nico Piro, presentata alla seconda edizione del RomAfrica Film Festival, è un’opera coraggiosa che non ha paura di sbattere in faccia allo spettatore la dura e cruda verità, quella che i mass media difficilmente portano all’attenzione dell’opinione pubblica se non in occasioni eclatanti ed estreme. Eppure si contano più di 11.000 morti tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, causate dall’epidemia di Ebola che tra il 2013 e il 2015 ha letteralmente decimato le popolazioni locali. Una vera e propria mattanza che, per quanto concerne il numero delle vittime, si avvicina a un bollettino di guerra. Autore di questa strage, un killer letale e silenzioso che porta la morte dall’interno. Da qui il titolo del documentario che in krio, la lingua popolare della Sierra Leone, paese in cui è stato girato, significa appunto “malattia assassina”.
Piro ci porta con coraggio e determinazione nell’occhio del ciclone, attraverso uno sguardo dall’interno che non risparmia e non si risparmia. Il risultato è un reportage sul campo, che si traduce in sessanta minuti intensi e densi, che aprono una finestra sull’ordinarietà dell’epidemia attraverso le storie degli operatori che combattono la malattia, dei pazienti, dei sopravvissuti al contagio e del popolo della Sierra Leone, costretto ad affrontare la peggiore diffusione di un male dei tempi moderni. Queste testimonianze si intrecciano e sovrappongono negli ospedali del Western District, nei centri di quarantena e tra le strade della Capitale, dando forma e sostanza a un racconto corale che accompagna le tante immagini strazianti che approdano sullo schermo. Il regista e la sua videocamera diventano testimoni oculari del dramma, catturando tutto ciò che c’è da documentare. Un approccio e un confronto con la materia, questi, che riportano alle mente Inside Africa, nel quale Gaetano Ippolito racconta l’esperienza di un medico missionario italiano, Giuseppe Valente, occupato a raccogliere fondi per costruire presidi ospedalieri in Tanzania. Egli intraprende il viaggio nel cuore dell’Africa nera per dare agli abitanti di un piccolo villaggio di capanne, Pande, una speranza in più di sopravvivere, dedicandosi alle cure dei malati.
Come il collega anche Piro segue il lavoro dei medici e dei volontari di Emergency, ma approfondendo ancora di più la questione. Killa Dizez si sofferma, infatti, su un altro aspetto molto interessante, legato alla psicosi da contagio e alla ghettizzazione della popolazione stessa nei confronti di quei connazionali sopravvissuti all’ebola o impegnati al fianco dei medici a prestare le cure agli infetti. Si tratta di una prospettiva diversa da quella alla quale siamo abituati ad assistere in operazioni analoghe, di solito focalizzate unicamente sui numeri, sulle statistiche e sullo “spettacolo” della morte. Il giornalista e reporter ha l’intelligenza e il merito di spingersi oltre, spostando il baricentro del documentario su un tema che ritroviamo ben sviluppato anche negli otto minuti del cortometraggio Contained, dove il regista senegalese Mamadou, traendo ispirazione da un’esperienza personale, ci catapulta al seguito di un uomo messo in quarantena per essere sospettato di aver contratto il virus ebola. Una condizione che costringe il protagonista a mettere in discussione la sua salute così come il suo stato psicologico. Questa chiave lo pone su un piano diverso e più alto, rispetto a quello dove si vanno a collocare gran parte dei prodotti audiovisivi dedicati all’argomento in questione. Purtroppo su Killa Dizez pende come una spada di Damocle il peso di una veste un po’ troppo televisiva, che fa capo ad alcune scelte che ne depotenzializzano la resa, a cominciare da quella di affidarsi a un voice over che rende molti passaggi alquanto didascalici. Ciò non ha però impedito a Killa Dizez di ben figurare nel circuito festivaliero internazionale, dove si è recentemente aggiudicato il premio per il miglior documentario al Dallas Africa Film Festival.

Francesco Del Grosso

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