Nato in Scozia, consacrato a Liverpool
Asif Kapadia strikes back. Non pago d’aver già portato sul grande schermo ritratti memorabili di Ayrton Senna, Diego Armando Maradona e Roger Federer, il talentuoso cineasta britannico ha deciso di puntare nuovamente su un asso dello sport. Facendo ancora una volta centro! E così alla Festa del Cinema di Roma 2025 ci siamo potuti gustare l’elettrizzante film dedicato al campione di calcio Kenny Dalglish, nato in Scozia, inizialmente stella del Celtic Glasgow, ma consacrato poi definitivamente al Liverpool sia come giocatore che come trainer. E non a caso nello scintillante documentario il mito dei Fab Four s’intreccia indissolubilmente al suo, sia attraverso le parole di Paul McCartney che con la citazione iniziale dei Beatles nella colonna sonora. Sempre all’inizio una prudente didascalia avverte lo spettatore che la visione potrebbe proporre agli spettatori più sensibili scene particolarmente angoscianti. Il riferimento è ovviamente alle due grandi tragedie che travolsero, da un’angolazione magari diversa, proprio il Liverpool e la sua tifoseria, ovvero l’Heysel (1985) e Hillsborough (1989). La rievocazione di due pagine di Storia tanto vergognose e tristi rappresenta qui uno dei momenti più alti, più intensi, data anche la capacità dell’autore di rendere omaggio alle vittime e far emergere il carattere generoso e leale del protagonista, senza rinunciare alla possibilità di assestare qualche stoccata al comportamento per nulla consono dei vertici della polizia e ancor più del governo Thatcher in occasione della tragedia di Hillsborough, che costò la vita a quasi cento tifosi dei Reds.
Eppure, tornando di squincio su quella didascalia, un filino d’angoscia il cuore giallorosso di chi scrive lo ha provato anche nel sentir ricordare la finale di Coppa dei Campioni del 1984 all’Olimpico, quando la Roma fu battuta dagli inglesi ai rigori. Una partita, però, che stando alle parole di Chicco Lazzaretti nella serie cult I ragazzi della Terza C, in realtà “non è stata mai giocata”…
Tornando sobri, seri ma non seriosi, possiamo intanto dire che se Asif Kapadia ha saputo fare del talento calcistico di Kenny Dalglish una sintesi per immagini strepitosa, pescando da par suo tra gli innumerevoli materiali di repertorio, ancor più esaltante è come viene delineata la figura dello sportivo fuori dal campo, intrecciando le varie testimonianze. E mantenendo sempre poi un focus di livello sullo sfondo sociale e culturale del Regno Unito in quegli anni. Si parte naturalmente dalle origini famigliari e dalla formazione di Kenny Dalglish, accostatosi già da adolescente con grande personalità al mondo del calcio. Di conseguenza l’attenzione si sposta sull’esordio “da predestinato” con la maglia del Celtic. Altra tappa importante (e alquanto paradossale) in una città come Glasgow, molto divisa su certi temi, può essere infatti considerata, per lui protestante, quella militanza nella squadra dei cattolici cui ha fatto seguito addirittura il matrimonio con una ragazza cattolica, l’affezionatissima Marina che gli ha dato anche dei figli. Dopo i primi successi nella terra natale eccolo sbarcare a Liverpool, chiamato a raccogliere l’eredità di un’altra stella di primo piano, l’attaccante inglese Kevin Keegan appena ceduto all’Amburgo. Tra caterve di goal e di assist, trofei nazionali, Coppe dei Campioni vinte, Kenny Dalglish riuscirà nel difficilissimo compito di non farlo rimpiangere. Ma di quella lunga parentesi il documentario di Asif Kapadia, come sempre abilissimo nell’affrescare vivaci parabole esistenziali attingendo al materiale d’archivio, pone in rilievo svariati altri aspetti, ad esempio l’amicizia che lo legherà negli spogliatoi e fuori ad altri due scozzesi trapiantati con successo nella Premiere League, il centrocampista Graeme Souness e il difensore centrale Alan Hansen. Davvero una fucina di talenti la patria di Sir William Wallace a.k.a. Braveheart, in quel periodo! Ecco, se dovessimo trovare un neo nello spigliatissimo doc, sarebbe proprio l’esiguità di riferimenti all’altrettanto longeva carriera di Dalglish con la maglia della Scozia, coronata da più di 100 presenze e ben 30 reti. L’unica traccia nel film sembrerebbe coincidere con qualcuno di questi goal, inserito sporadicamente nel montaggio delle migliori imprese compiute sul campo. Forse troppo poco. Se si considera però che la brillantezza delle opere cinematografiche di Asif Kapadia risiede anche nel rincorrere un focus narrativo ben definito, si può facilmente immaginare come l’avventura in una nazionale mai esplosa a livello di risultati, nonostante alcuni ottimi giocatori, potesse contribuire al pirotecnico effetto complessivo molto meno della smagliante carriera avuta nei club, prima al Celtic e poi al Liverpool.
Stefano Coccia









