K-Shop

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il carnefice dei carnefici

Piaccia oppure no, una cosa è certa: dopo avere visto K-Shop, lo spettatore consumatore abituale di kebab non lo gusterà più come una volta, mentre quello che per anni ha assaporato, anche solo per una volta, l’idea di provarlo, la abbandonerà immediatamente. Ora siamo sicuri – o almeno lo speriamo con tutto il cuore – che la carne utilizzata dal protagonista della pellicola di Dan Pringle per prepararlo e servirlo agli ignari clienti del suo locale, ossia quella delle vittime estirpata a colpi di machete e gettata nel tritacarne situato nel laboratorio sottostante, non sia la stessa che nella realtà finisce nei piatti delle attività commerciali analoghe diffuse in tutto il mondo. Ebbene questo ci dovrebbe in qualche modo rassicurare, ma il solo pensiero innestato nella mente dalla visione, nel frattempo ha già fatto i suoi bei danni. Il tutto nonostante l’ipotesi in questione sia solo il frutto dell’immaginazione dello sceneggiatore di turno.
Fatto sta che il personaggio principale del film del cineasta britannico, già vincitore del premio per il miglior horror al London Independent Film Festival 2016 e recentemente presentato nel concorso lungometraggi della 37esima edizione del Fantafestival, dopo la drammatica morte del padre in seguito a un’aggressione da parte di un gruppo di balordi ubriachi, decide di portare avanti l’attività gastronomica del defunto genitore e per vendicarlo nel carnefice dei carnefici. E quando parliamo di carnefice non lo facciamo in senso lato, ma letteralmente nel vero senso della parola. Salah, questo il suo nome, dà libero sfogo alla sua anima nera e fa esplodere tutta la rabbia e la sete di vendetta covata, svestendo i panni di un giocane studente prossimo alla laurea per indossare quelli di un atipico giustiziere della notte, che nulla a che fare con quello arcinoto interpretato da Charles Bronson nel lontano 1974. Le “vittime” designate sono quelle che quotidianamente denigrano le sue origini pachistane, che non sono per niente sostenitrici del processo d’integrazione. Di conseguenza finiscono diritti nel tritacarne e trasformati nel succulento e speziato kebab, lo stesso che a parere di molti frequentatori del locale è uno dei migliori di Londra. E se lo dicono loro, allora ci fidiamo sulla parola.
Dietro a quello che agli occhi di uno spettatore medio e pigro potrebbe apparire come il classico torture porn dalle forti dosi splatter in odore di Hostel o Saw, a quelli capaci invece di scavare al di sotto della mera superfice visiva si manifesta ben altro. Con le dedite distanze del caso, infatti, come nell’episodio di Three… Extremes dal titolo Dumplings o nei film Non aprite quella porta o Wolf Creek, anche sotto la corteccia drammaturgica di K-Shop si annida un messaggio politico ben preciso, o meglio una presa di posizione portata all’estremo che punta il dito contro quella fetta di Società britannica che non contempla minimamente e non appoggia un progetto d’integrazione. Il protagonista si scaglia con brutalità e senza pietà contro di essa trasformandola in carne da macello. In una battuta pronunciata a metà del film chiarisce una volta per tutte il suo manifesto dell’orrore: “faccio mangiare carne di ignoranti a persone ignoranti“. Più chiaro di così si muore.
Ci rendiamo conto che il messaggio che Pringle ha portato sul grande schermo con la sua opera prima non sia per niente conciliatorio, ma per coloro che sanno andare oltre le righe, il senso astratto e metaforico assume contorni più chiari e potenti. Peccato che per trasmetterlo sono state necessarie quasi due ore, un tempo eccessivamente dilatato, che ai fine dell’economia generale del racconto rende la fruizione prolissa. In tal senso, una maggiore capacità di sintesi avrebbe senza dubbio giovato a un film che non parla solo di mancata integrazione, ma anche di deriva morale, quella di una Società totalmente fuori controllo, sporca, violenta, alterata da sostanze e alcolici di ogni sorta. Al cineasta inglese occorre, infatti, 1/3 della timeline per mettere subito a fuoco il baricentro tematico della suo opera d’esordio, e i restanti 2/3 per ribadirlo più e più volte. Ed è in questa seconda lunga fase, dove si assiste sostanzialmente solo a mattanze e a occultamenti di carcasse umane di malcapitati che l’autore perde gradualmente la mira sul bersaglio, continuando a infilare nella ricetta ingredienti in gran parte futili rispetto a quelli somministrati nel primo atto.
A parte questi limiti, K-Shop mette in mostra anche cose positive, a cominciare da una regia capace di gestire e muoversi abilmente nei pochi spazi a disposizione (salvo le rare incursioni in esterno di Salah nelle vesti del giustiziere kebabaro della notte), per finire con la convincente interpretazione di Ziad Abaza nei panni del protagonista.

Francesco Del Grosso

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