Journey to the Shore

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7.0 Awesome
  • voto 7

Sonata per la vita

C’era una volta il j-horror, il genere cinematografico nipponico di cui Kiyoshi Kurosawa è stato uno dei maggiori esponenti. L’ingrediente base che vi ha apportato è quello dell’horror nel quotidiano, in cui le situazioni disturbanti, i fantasmi, gli spiriti spaventosi, si annidano nell’ambito della vita di tutti i giorni, in circostanze e luoghi normali, tipicamente nella propria casa. La prima svolta della sua filmografia è stata rappresentata per il cineasta, da Tokyo sonata, film del 2008, che abbandona gli elementi sovrannaturali in favore dell’esibizione del vero orrore del mondo dei nostri giorni, quello dei mostri e dei fantasmi che si annidano dentro la famigliola borghese apparentemente felice, dove tutti hanno qualcosa da nascondere e il padre esercita una vuota autorità, in un contesto sociale piegato da disoccupazione e recessione. Con Journey to the Shore, presentato ora a Cannes 2015 nella sezione Un certain regard, il cinema di Kurosawa prende una nuova diramazione, ma sempre per gemmazione dall’originario tronco del j-horror. Ritornando a raccontare di fantasmi, è vero, ma di fantasmi che non appaiono per spaventare bensì tornano nella vita terrena per fare un bilancio della propria esistenza, tra rimorsi e rimpianti, e per dare il congedo alla vita. Un tema peraltro ricorrente nel cinema giapponese contemporaneo, da After Life all’anime Colorful. La prima apparizione di uno spettro è esemplare per come è raccontata. Mizuki, la protagonista, si ritrova in casa di soppiatto il suo marito morto tre anni prima, Yusuke, e non si sorprende per nulla di quella presenza, così come la regia non indugia in effetti da coup de théâtre particolari. Il fantasma è lì e basta. La mdp segue lo sguardo della moglie verso il marito, veloce, e poi prosegue oltre. Yusuke era morto annegato, e questo è un richiamo all’acqua, elemento materico che torna nei film del regista, basta ricordare le atmosfere brumose di Sakebi. E oltre a questa nel film c’è il vento, impetuoso, che soffia in tanti momenti. La natura che veglia indifferente alle vicende degli uomini.
Mizuki e Yusuke intraprenderanno quindi un viaggio nei luoghi della memoria del secondo. Il fantasma diviene così un normale personaggio quotidiano, da shomingeki classico, cioè da film della gente comune. Un modo per esplorare la memoria, la vita trascorsa e i ricordi, i legami d’amicizia. Più che alla tradizione del kaidan, le storie di fantasmi giapponesi in cerca di vendetta, di cui al limite il j-horror dovrebbe essere considerato l’espressione moderna, ora Kurosawa sembra rifarsi al concetto nipponico della serena rassegnazione e della caducità della vita, oltre che allo Shinto, la religione giapponese, che popola il mondo di deità, i kami, di cui fanno parte anche gli antenati. Una concezione che non è mai stata scardinata dalla razionalità scientifica, con la quale invece continua a coesistere. E Kurosawa pensa proprio di utilizzare un concetto scientifico, quello della natura duale della luce, particella ma anche onda, un qualcosa di massa zero che suggerisce la presenza di una dimensione diversa ma parallela del quotidiano, che è quella degli spiriti. E il cineasta dichiara espressamente di aver cominciato a riflettere sull’esperienza, che molte persone hanno avuto, di mitoru, verbo giapponese che non ha un corrispettivo esatto nelle lingue occidentali, quella di stare vicini a propri cari, al loro capezzale, tenendoli per mano, nel momento del trapasso. Il film è il mitoru di Mizuki con Yusuke, cui viene data la possibilità, che normalmente non c’è, del congedo al mondo terreno. Accompagnandola ancora da nuove sonate – la protagonista dà lezioni di pianoforte – Kurosawa costruisce una metafora della vita.

Giampiero Raganelli

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