Ivy

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9.0 Awesome
  • voto 9

Siamo tutti sulla stessa barca

Che tra le pagine dello script di Ivy prima e nella loro trasposizione sul grande schermo poi vi sia un’anima fortemente politica, questo appare piuttosto evidente. Così come appare altrettanto evidente, sin dai frangenti iniziali che accompagnano il prologo, il grandissimo e qualitativamente elevato lavoro davanti e dietro la macchina da presa orchestrato con mano ferma e grande talento da Tolga Karaçelik. È sua la firma su questa potentissima pellicola che fa delle atmosfere sospese e realistiche allo stesso tempo, della regia e della componente sonora dal forte impatto visivo e della straordinaria performance corale del cast, i propri punti di forza.
Ma andiamo per gradi. Fresca vincitrice del Premio Cineuropa alla 17esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce (ultima tappa di un fortunatissimo tour nel circuito festivaliero internazionale che ha avuto il suo battesimo di fuoco al Sundance 2015), l’opera seconda del regista turco, la seconda dopo Toll Booth, si fa portatrice sana di un messaggio politico, sociale e civile, che non oltrepassa mai la soglia dell’ideologia, della militanza, tantomeno quella della propaganda. Insomma, messa da parte qualsiasi tentazione di questo tipo, ciò che ci propone Ivy, con il dono dell’incisività e senza mezze misure, è piuttosto una visione metaforica del mondo moderno, attraverso la quale riflettere sull’autorità, sui rapporti personali e sulla perdita del senso del tempo. Per farlo, Karaçelik torna sui suoi passi, sposando in gran parte il modus operandi del film d’esordio, incentrato sulla vita di un trentacinquenne impiegato di un casello autostradale, la cui esistenza abitudinaria viene sconvolta dall’arrivo di un nuovo capo. Partendo da una trama piuttosto comune, il regista finì poi per scavare nella psiche intransigente dei suoi personaggi, sino a dare origine a una storia tragicomica che rispecchiava il presente e tutto il suo carico di brutture, mostruosità e violenze. Elementi, questi, che possiamo ritrovare sotto altre vesti anche nella pellicola del 2015, dando di fatto forma e sostanza a un filo rosso che la congiunge idealmente a quella del 2010. È sufficiente una lettura della sinossi per capire quali essi siano. In Ivy, ci troviamo su una nave cargo chiamata MV Sarmasik. La nave deve raggiungere il suo porto di carico in Egitto per poi scaricare le merci in Angola. Mentre naviga verso Sud, l’armatore, che non paga da tempo i marinai, va in bancarotta mentre il mercantile raggiunge il porto egiziano. Il capitano e tutti gli altri a bordo scoprono che l’imbarcazione è ipotecata e che non possono né sbarcare a terra né chiamare il porto, per cui si deve fermare nell’area di ancoraggio. Il capitano stabilisce che, in base alle regole di sicurezza in mare, un numero minimo di membri dell’equipaggio deve restare a bordo. Gli altri possono andare. In tutto cinque marinai si offrono di restare. Hanno tutti storie diverse, e un motivo per stare alla larga da Istanbul per un po’. Sin dall’inizio l’equipaggio si spacca in gruppetti e i piccoli conflitti sfociano in grandi scontri.
Karaçelik sceglie ancora un ambiente chiuso, lavorando di nuovo con pochissimi protagonisti. Le tinte che colorano la drammaturgia, il racconto e i personaggi che lo animano, sono stavolta decisamente più (o)scure. Si passa così a una narrazione ancora più densa, ansiogena e asfissiante, costruita seguendo i meccanismi a orologeria del thriller psicologico, nel quale non mancano né ritmo, né spessore. Il risultato è una sorta di kammerspiel che ha la sua unità spaziale dentro e fuori una nave cargo destinata a trasformarsi in una cloaca di disperazione, follia e malignità. Un ventre infetto che fagocita chi lo vive, ma anche un Vaso di Pandora pronto a implodere. Da questa nave di ferro e ruggine si potrebbe fuggire senza alcuna apparente difficoltà, ma qualcosa impedisce a chi la popola di farlo; qualcosa che non ha nulla a che vedere con una barriere invisibile come quella che confina tra le mura di una villa i protagonisti de L’angelo sterminatore. In Ivy, quella barriera è concreta ed è la Società odierna con le sue innumerevoli problematiche (a cominciare dalla crisi economica imperante). Una barriera che si materializza a poche miglia marine dalla terra ferma.

Francesco Del Grosso

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