Italia, raccontaci un’altra storia!

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Le vittorie di Pirri

Si fa presto a parlare di storia del cinema, soprattutto quando non si ha la più pallida idea di cosa dire. E il gioco diventa ancora più destabilizzante e intrigante quando parliamo di STORIE di cinema. La domanda è semplice: cosa intendiamo, quando esponiamo il concetto di storia del cinema? E soprattutto – piazziamo la nostra sedia su una sola gamba – PERCHÈ giudichiamo quella storia del cinema come tale? Su quali basi? Sull’intreccio di anni e anni di considerazioni critiche, si direbbe giustamente; le quali però sono passibili di errori, di considerazioni parziali, di analisi soggettive. Sono passibili dunque di un numero n di elementi che rendono una data storia del cinema una convenzione: ci crediamo per il “peso politico” che tale libro ha assunto e ci crediamo per assioma e reverenza. Ma cosa ci impedisce di credere in tante storie del cinema, ad assumere un credo policritico?

È un po’ lo stesso dilemma del liceale non servo della didattica. Perché, in un’antologia di letteratura scolastica, si studiano certi autori e altri no? Perché alcuni trovano un’esaltazione riscontrabile in termini di numeri di pagine e visibilità, mentre altri sono schiacciati dall’etichetta di nome minore? E perché – godiamocelo, questo sacrilegio spinto! – si studia seguendo l’ordine cronologico? È davvero l’unico metodo possibile? Cosa succederebbe ad aprire un libro di storia di una data disciplina a caso e cominciare da lì?

Nella storia del cinema italiano di Fabrizio Fogliato, ad esempio, non c’è spazio per i nomi che…”ci hanno sempre detto” essere la storia del cinema italiano. Niente Rossellini, De Sica, Visconti, Germi, Fellini, Visconti, Antonioni, Ferreri, insomma. Infatti Fogliato ha apostrofato il suo Italia: Ultimo Atto come l’altro cinema italiano. Un altro cinema, che molto difficilmente troverebbe spazio nei corsi universitari standard; e – o meglio, perché – un cinema altro, escluso dai canoni ufficiali in quanto impegnato a cercare strade non convenzionali, forse per la critica troppo poco intellettuali e grammaticalmente ortodosse ma non per questo meno coraggiose e, nei risultati migliori, meno riuscite.

Un viaggio che parte dagli inizi per giungere fino ad inizio anni ’80 (ma non in ordine strettamente cronologico), che analizza autori come Raffaele Andreassi e Gian Vittorio Baldi, film come Gli Stregoni (1961), Fuoco (1968), Plagio (1969), La Peccatrice (1940), La Strada Buia (1950), Top Sensation (1969).

Perché tutti questi nomi sono così ancora sconosciuti, a distanza di decenni? Sono davvero minori o solo diversi? Fogliato, nelle oltre 400 pagine del libro, cerca di dare una risposta.

Nell’ovvia impossibilità di poter citare tutti, prendiamo due nomi.

1) Non è stata la prima, né sarà l’ultima volta che la nostra cultura ha goduto della luce del palcoscenico quasi solo oltre i confini nazionali, all’interno dei quali invece incontra spesso solo l’ombra dell’indifferenza, ma questa storia merita particolarmente di essere raccontata.

Lo scorso ottobre la Tate Modern di Londra ha dato vita a “If Arte Povera was Pop: Artists’ and experimental cinema in Italy 1960s–70s”, rassegna che ha esaltato l’opera di autori come Alberto Grifi, Ugo Nespolo, Tonino De Bernardi, Mario Schifano, Franco Angeli, ecc (e che è stata proposta in versione ridotta lo scorso mese a Palazzo Grassi, a smentire la critica di cecità patriottica di poche righe fa).

Fiore all’occhiello della rassegna, la proiezione di un film che ha assunto negli anni lo status quasi mitologico per la sua straordinaria irreperibilità, ma che non emana i bagliori di gemma per la semplice semimpossibilità di visione.
Facente parte della collezione del MoMA di New York, Morire Gratis è l’unico film di finzione di Sandro Franchina. Fran chi? Un uomo d’arte, a 360 gradi: figlio dello scultore Nino Franchina, nipote di Gino Severini, cugino del fotografo di moda Marco Glaviano, amico dei più importanti artisti italiani degli anni ‘60. Dagli anni ’70 si dedicò alla scrittura cine-televisiva, specializzandosi poi nei documentari d’arte (grazie ai quali il MoMa gli dedicò una personale). E anche se questi dati non lo salvano, per molti, dallo status di Fran chi?, vi possiamo dire che l’avete sicuramente già visto: a 12 anni interpretò infatti Michel, il figlio di Ingrid Bergman in Europa ‘51 di Rossellini.

Girato nel 1968, Morire Gratis – dice Fogliato – “se si esclude Il Sorpasso di Dino Risi, è da considerarsi l’unico road movie italiano nell’accezione del genere americano, di cui rispetta tutti i codici di riconoscimento.” O, come invece ha scritto Mereghetti, è un “curioso road movie in anticipo sui tempi, anche se calato in un’atmosfera d’avanguardia anni Sessanta, con il frequente ricorso a voci fuori campo e musiche sarcastiche o stranianti. Il ritratto del maledetto senza perché, dell’annoiato post-Sartre e post-Camus, sa certo di letteratura.”

Forse ingenerosa e frettolosa, la chiosa finale di Mereghetti; perché quello dipinto da Franchina è un viaggio verso la morte non solo del protagonista, Enzo (interpretato dall’artista Franco Angeli), “ma anche, per traslato, quella di un’intera generazione che ha già fallito prima di cominciare.”

Una generazione che ha – come dice lo stesso Enzo – “solo paura di morire gratis…per niente.” Un film che sembra parlare all’oggi. O forse, il mito della blank generation non può mai davvero passare di moda.

2) Italia: Ultimo Atto si conclude con l’autore che presta il titolo del libro e che gode di uno spazio privilegiato nell’analisi complessiva dell’opera, quel cineasta – secondo le parole di Morandini jr, intervistato da Fogliato – affetto da “parecchi difetti: superficialità, incostanza, mancanza di rigore, approssimazione, incoerenza, sterili ostinazioni”, ma anche “un formidabile innovatore del linguaggio cinematografico, un coraggioso e spregiudicato esploratore di terre selvagge, un disinibito amante del cinema capace di osare molto, illuminato da lampi intermittenti di genio.”

Il nome di Massimo Pirri può dire molto poco anche ai cinefili svezzati. La fantasmagorica (non) presenza della sua filmografia nel mercato home-video e la distanza che ci separa dalla sua morte (fra pochi giorni ricorrerà il 15° anniversario), nonché dall’uscita del suo ultimo film (è passato un trentennio da Meglio baciare un cobra, film che fece scorrere i titoli di coda sulla carriera del suo autore, a soli 41 anni), pongono Pirri in un limbo dal quale Fogliato cerca di riscattarlo.

Se il cinema italiano di genere degli anni ’70 è stato tra i più radicali di sempre, Pirri – dice Fogliato – “attraversa il secondo lustro degli anni ’70 con una scarica di anticonformismo, spietatezza e sincerità che non ha eguali nel nostro cinema. Il cinema di Massimo Pirri è un maglio che si abbatte con forza sul periodo più buio della nostra storia recente e traduce, per immagini, quella che Zavoli chiamerà La Notte della Repubblica, rileggendone i tratti politico-sociali ed esistenziali. Il suo è un cinema imperfetto, irrisolto, talvolta eccessivo e ridondante, privo di modelli e teorie, ma mai falso.”

In soli quattro anni – dal 1975 al 1979 – Pirri diede quindi vita ad altrettanti film con i quali vestì il ruolo di “cantore, scomposto, di una generazione perduta”: Calamo, Italia: Ultimo Atto? (il suo film più famoso), L’Immoralità ed Eroina (netto anticipatore di Amore Tossico di Claudio Caligari) tracciano i lineamenti di un’Italia nevrotica e sconfitta, violenta e bloccata. Sconfitta in fondo come il suo autore, più volte profeta impotente, strozzato dalle sue stesse urla premonitrici di realtà poi accadute nel nostro Paese (il caso più eclatante è l’aver previsto, con Italia: Ultimo Atto?, la morte di Moro con un anno di anticipo) e incapace di portare avanti la sua poetica, terminando la carriera nel 1986 dove l’aveva iniziata (come aiuto regista di Folco Quilici e Luciano Emmer): la tv, con il mediotraggio Il Mestiere dello Sceneggiatore.

Pirri concluse la ricchissima e bellissima intervista rilasciata nel 1998 a Davide Pulici di Nocturno (nonché autore della prefazione del libro), riproposta da Fogliato, sostenendo che “il futuro è il cinema, che altro?” Per lui non fu così, dato che si spense tre anni dopo, il 20 giugno 2001; ma il nostro futuro può essere cinema, e il cinema è (ri)scoperta/e. Pronti quindi a seguire altre nuove storie? Il libro di Fogliato è lì a non aspettare altro. Così la nostra voglia di marinare scuola e le sue opprimenti ufficialità gerarchiche.

Riccardo Nuziale

italia-ultimo-atto-l-altro-cinema-italiano

ITALIA: ULTIMO ATTO – L’altro cinema italiano (volume 1)
di Fabrizio Fogliato
2015, Il Foglio Letterario (collana La Cineteca di Caino)
470 pagine
Euro 20

 

 

 

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