Isabelle

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

Lettera horror a un bambino mai nato

All’interno di questa XVI edizione del Ravenna Nightmare, più che mai votata all’esplorazione di generi contigui ad un cinema dall’impronta orrorifica ben definita, la proiezione di Isabelle aveva suscitato attese particolari, soprattutto nei fan duri e puri dell’horror propriamente detto. Sì, perché quello che porta la firma del navigato Robert Heydon è tra i pochissimi titoli riconducibili in toto al genere di riferimento. Cotanta attesa, tuttavia, è stata ricompensata solo in parte dalla visione del film. Cercheremo ora di motivare la parziale delusione cui siamo andati incontro.
Robert Heydon, come accennavamo poc’anzi, è di sicuro film-maker esperto e motivato: attivo da parecchi anni a Toronto sul fronte della scrittura cinematografica, della produzione e in tempi recenti anche della regia (prima di Isabelle vi era stato, nel 2011, un altro lungometraggio di genere, intitolato Ecstasy), si è dato inoltre da fare fondando Lazarus Effects, uno studio di effetti visivi e animazione; il che non poteva che tornare utile, al momento di girare un film incentrato sul soprannaturale come Isabelle.

Venendo a questa produzione cinematografica da brividi, i presupposti oscillano narrativamente ed iconograficamente tra Rosemary’s Baby e L’esorcista, tra gravidanze dalle conseguenze inattese e spiacevoli ed incontri non meno traumatici con qualche incarnazione del maligno: ne è protagonista una giovane coppia del New England trasferitasi nella loro nuova casa (già questo un topos decisamente fecondo, all’interno di tale filone) in attesa che lei partorisca; un parto che, conseguentemente al misterioso, sanguinolento e inquietante episodio che fa da cesura alla storyline, non avverrà mai. E dietro il macabro incidente sembra celarsi la presenza, nella casa accanto, di una sinistra, schiva disabile accudita da una madre altrettanto sfuggente, dedita a strani rituali e a sua volta spaventata, però, dai loro possibili effetti.
Inizialmente Robert Heydon è bravo a ricreare una determinata atmosfera giocando non solo sulle componenti ambientali, ben delineate, o su altri aspetti riconducibili alla grammatica del genere, ma anche sulla dimensione psicologica profonda del racconto: la maternità mancata della protagonista, l’incrinarsi del rapporto di coppia, i vecchi retaggi famigliari. Strada facendo subentra però una certa delusione, nel pubblico più esigente, allorché si cade nei soliti stereotipi, a livello visivo, senza che i difficilmente prevedibili sviluppi narrativi inseriti alla fine della storia abbiano sufficiente solidità da giustificare quanto visto fino ad allora. Se quindi dell’ossessiva, ectoplasmatica immagine della crudele ragazza in carrozzella, ritratta quasi ieraticamente alla finestra, si finisce per abusare, è proprio il finale a lasciare realmente perplessi, con un ribaltamento improvviso del punto di vista relativo alle due “antagoniste” che sembrerebbe avere giustificazioni sia psichiche che, in qualche misura, metafisiche, ma che viene introdotto nel plot in modo eccessivamente sbrigativo e raffazzonato. Con diversi spettatori a chiedersi, mentre scorrono i titoli di coda: e allora?

Stefano Coccia

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