Intervista a Ivan Gergolet

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Conversando con l’autore di Dancing with Maria

Dal Friuli Venezia Giulia a Buenos Aires. Sia il brillante esito artistico di Dancing with Maria che le circostanze così particolari, in cui il documentario è stato realizzato, meritavano un approfondimento. Ed è per questo che si è deciso di contattare direttamente a Trieste il buon Ivan Gergolet, cineasta nelle cui risposte abbiamo poi ritrovato tutta la passione e l’ampiezza di prospettive che ci aspettavamo.

D: Prima di entrare nel merito di Dancing with Maria, Ivan, vorremmo che ci parlassi in breve dei tuoi primi lavori. In passato hai realizzato sia cortometraggi documentari che cortometraggi di fiction. C’è una forma espressiva cui ti senti più legato o pensi sia utile sperimentare di continuo?

Ivan Gergolet: Non posso dire di prediligere una forma in particolare, credo che ogni storia nasconda in sé il proprio modo di essere raccontata. Sta al regista trovarla, al di là delle cornici di genere. Da questo punto di vista mi ha sempre interessato molto provare a ribaltare la prospettiva. Per esempio, il mio primo cortometraggio Quando il fuoco si spegne racconta il rapporto di una reduce di Auschwitz con gli incubi del proprio passato che continuano a perseguitarla. È un corto di finzione al 100%, ma l’interprete Vilma Braini non è un’attrice, bensì una ex deportata. Per me il cinema è un modo di esplorare le esperienze altrui, di incontrare gli altri. In questo approccio la ricerca della forma è fondamentale per rendere comunicabile il vissuto delle persone. Quando ho cominciato a filmare dentro lo studio di Maria Fux, per esempio, la domanda che mi ponevo era: come rendere sullo schermo l’esperienza interiore delle persone? Un conto è essere lì, fare un’esperienza con il corpo, vivere il momento con la propria presenza, un’altra cosa è filmare quell’esperienza. In questo senso la ricerca della forma è una sperimentazione continua e ben diversa dallo scegliere un genere, nel senso più comune del termine. Quando lavoravo al film mi chiedevano: Che genere di documentario sarà? Un ritratto d’artista? Un film biografico? Un documentario sociale? Artistico? Io non sapevo rispondere e tutt’ora non lo so. L’unica cosa che sapevo era che lo stavo facendo per il grande schermo, cercando di usare al massimo tutti i mezzi espressivi che avevo a disposizione.

D: Domanda di rito: quando è nata l’idea di esordire nel lungometraggio documentario con Dancing with Maria e quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione?

Ivan Gergolet: In realtà quando ho incontrato Maria Fux non avevo intenzione di fare un film su di lei. Nel 2010 ho accompagnato mia moglie a Buenos Aires, perché voleva partecipare ad un seminario di Maria. Prima di partire mi ha chiesto di portare la telecamera per fare un’intervista alla sua maestra, che sarebbe dovuta rimanere un documento privato, un ricordo di quel viaggio. Per farci concedere un pomeriggio le abbiamo raccontato una bugia, dicendo che lo stavamo facendo per la TV italiana. In quel momento non immaginavo che alcune delle parole che stavo registrando sarebbero finite nel mio lungometraggio d’esordio… Una volta tornato a casa, ho mostrato quell’intervista a Igor Princic, che era già il mio produttore, e che come me è rimasto folgorato da Maria. Abbiamo deciso che valeva la pena tornare a Buenos Aires per proporre il progetto a Maria. Maria ha accettato e ci abbiamo messo più di 3 anni, durante i quali ho viaggiato molte volte, fermandomi a Buenos Aires quanto potevo. Filmavo, scrivevo, facevo ricerche, approfondivo le mie relazioni con Maria e gli altri.

D: Come è stato immergersi nelle peculiari atmosfere di Buenos Aires, durante le riprese del film?

Ivan Gergolet: Buenos Aires è una città di una vitalità incredibile, un teatro vivente con 15 milioni di personaggi. Questo è il senso che ho voluto dare alla prima inquadratura del film, dove si vede il palazzo del Congresso illuminato da un fascio di luce dall’alto, come l’occhio di bue a teatro. Buenos Aires è quel teatro e lo studio di Maria è il palcoscenico. Buenos Aires è una città che amplifica le emozioni, tutto è più drammatico, anche i gesti più quotidiani. Un’artista come Maria Fux poteva nascere solo a Buenos Aires.

D: In Dancing with Maria si percepisce un notevole grado di intimità e di empatia, sia quando entra in scena Maria Fux, sia quando a raccontarsi sono le sue discepole e allieve. Puoi dirci il tuo punto di vista, riguardo al clima stabilitosi sul set?

Ivan Gergolet: Un vero e proprio set non c’è mai stato. Al contrario bisognava fondersi con quel clima, con quelle persone, esserne parte interferendo il meno possibile. Il tempo da questo punto di vista è stato fondamentale, come è stato fondamentale partecipare a delle lezioni senza filmarle. Alcuni collaboratori mi prendono ancora in giro perché gli ho costretti a partecipare a delle lezioni di danza prima delle riprese… È stato un modo per presentarsi a Maria, per dirle che facevamo sul serio, che volevamo veramente capire il suo lavoro. Ed è stato un modo per avvicinarsi a tutti gli altri personaggi del film, soprattutto a Marcos e Macarena, i due ragazzi down. Non credo che diversamente saremmo riusciti a empatizzare così tanto con quel mondo.

D: Come hai lavorato invece sulle immagini di repertorio?

Ivan Gergolet: Non volevo usare le immagini di repertorio in modo biografico, anche se naturalmente gli echi del passato di Maria risuonano in quelle scene. In realtà il mio obiettivo era dar loro lo stessa funzione che ha la colonna sonora, cioè connettere lo spettatore con l’universo emozionale di Maria e sostenere questo rapporto. Se ci fai caso vedrai che su quelle immagini Maria, prima ancora di episodi biografici, racconta una esperienza emotiva, come il rapporto con i genitori, la folgorazione guardando una foglia muoversi al vento.

D: Oltre alla casa-studio di Maria Fux hai ripreso anche le strade circostanti, luoghi che comunicano a prima vista un’impronta piuttosto popolare: in una ripresa in campo lungo si nota anche, per esempio, l’insegna “Partido Comunista”… come si è sviluppata questa tensione dialettica interni-esterni, nel tuo film?

Ivan Gergolet: Maria Fux è legata ed ispirata dal folklore e dalla cultura popolare argentina in maniera imprescindibile. Già negli anni ’40, Maria si esibiva nei villaggi di minatori al confine con la Bolivia, portando la danza nei luoghi più poveri e isolati dell’Argentina. La valenza sociale, pedagogica ed umanistica della sua attività da artista è molto evidente. Che poi il suo studio stia di fronte proprio alla sede del Partito Comunista argentino, beh… è una di quelle coincidenze che non possono non saltare all’occhio. Dopodiché in alcune sequenze Buenos Aires è per me un’estensione dello studio fuori dallo studio, è la proiezione di una dimensione interiore, prima di un esterno notte.

D: Come è nato invece il suggestivo piano-sequenza in strada, che possiamo ammirare verso la fine?

Ivan Gergolet: L’idea di chiudere il film con una grande danza in strada c’è sempre stata, ma non è mai stata presa realmente in considerazione fino a quando, una sera, non mi sono trovato nello studio di Maria e mi sono affacciato dal suo balcone. Per un attimo sulla strada sottostante, che è una delle arterie più trafficate della città, non c’erano macchine e per la prima volta l’ho vista come una composizione grafica di linee e forme. Ho scattato una foto con il telefono e l’ho fatta vedere a Maria José Vexenat (personaggio del film ed erede artistica di Maria Fux), che ha cominciato a lavorare ad una coreografia con le altre danzatrici dello studio. Poi abbiamo diffuso un annuncio nel quale invitavamo tutti a partecipare alle riprese dell’ultima scena del film su Maria Fux. Non avevamo idea di quante persone sarebbero arrivate. Era una domenica mattina, si sono presentati in 500. C’era chi aveva preso l’aereo per esserci e per rendere omaggio a Maria, che si godeva la scena dal terrazzo. La scena è stata musicata a posteriori. In quel momento c’era una moltitudine che danzava in silenzio, in pieno centro a Buenos Aires. Una giornata indimenticabile per tutti.

D: Cosa puoi dirci della tua esperienza veneziana, all’interno della Settimana Internazionale della Critica?

Ivan Gergolet: Beh, capita una volta nella vita… Io ero arrivato a Buenos Aires munito solo di zainetto con dentro una reflex, un cavalletto due ottiche ed un registratore audio. Di sicuro non mi aspettavo che Dancing with Maria sarebbe diventato il primo film documentario nella storia della SIC. La reazione del pubblico del festival è stata impressionante. Erano tutti emozionatissimi e l’energia del film continuava a vivere nelle persone anche molti giorni dopo la proiezione. Sembrava che l’emozione che ha provato il pubblico, o perlomeno una buona parte di esso, fosse per certi versi simile a quel che provano le persone ad un seminario di Maria.

D: E quali sono, a questo punto, i tuoi progetti artistici più imminenti?

Ivan Gergolet: Sto scrivendo un film di finzione, che questa volta sarà ambientato vicino a casa, fra l’Italia e la Slovenia, fra il litorale adriatico e il Carso nei dintorni di Trieste, che è la città dove vivo. Chi si aspetta qualcosa di anche lontanamente simile a Dancing with Maria ahimè rimarrà ampiamente deluso…..

Stefano Coccia

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