Intervista a Carlo Liberatore

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Uno sguardo al futuro senza dimenticare il passato

Calato il sipario sulla 37esima edizione del Sulmona International Film Festival è già tempo di bilanci e quale persona migliore, se non il direttore artistico Carlo Liberatore, per tracciarlo. Lo abbiamo incontrato al termine della kermesse abruzzese, cogliendo l’occasione per rivolgergli alcune domande sullo stato di salute del festival e sulla selezione di quest’anno.

D: Partiamo proprio con un bilancio. Che edizione è stata la 37esima?
Carlo Liberatore: Il bilancio di questa 37esima edizione è assolutamente positivo e ha rispecchiato il blasone di una kermesse storica come quella di Sulmona. La qualità delle opere presentate e il gradimento da parte del pubblico lo dimostrano. Quest’anno abbiamo avuto novecento titoli in pre-selezione provenienti da ottanta Paesi, un dato che ha fatto registrare un record per il festival con un notevole incremento nel numero di iscritti. Ciò mi e ci inorgoglisce moltissimo perché in questo modo la manifestazione diventa di fatto sempre più un punto di riferimento non soltanto per i registi, produttori e distributori italiani, ma anche per quelli internazionali. Risultato di importanti accordi stretti con molte distribuzione straniere, in particolare europee. Abbiamo avuto un totale di 33 cortometraggi e 6 videoclip musicali, divisi in sei categorie, e devo dire che il livello generale è stato altissimo. La selezione ci ha messo in difficoltà perché anche le opere che non abbiamo incluso avevano sicuramente un indubbio valore sia linguistico e registico che tematico.

D: C’è stato un filo conduttore che ha percorso la selezione?
C.L.: Se devo individuarne uno, sicuramente tutte le opere che abbiamo inserito nella line up possiedono una costruzione in grado di connettersi con lo spettatore. Questa è stata una delle prerogative che hanno guidato le mie scelte nel processo di selezione, perché penso che una connessione con il fruitore sia fondamentale per sviluppare dei temi importanti in una maniera non ricattatoria, banale o retorica.

D: Pensi che il gap tra la produzione breve italiana e quella internazionale si sia accorciato oppure continua ad essere ancora troppo grande?
C.L.: Secondo me c’è stato un sostanziale avvicinamento, anche rispetto a quello che abbiamo mostrato nelle scorse edizioni. La cosa interessante di quest’anno è che ho voluto includere nella selezione nazionale due registi “italieni”, come li chiamava il precedente direttore artistico del festival, Roberto Silvestri. Si tratta dei registi italiani che però lavorano all’estero. Questo ci ha permesso di vedere come con un approccio produttivo diverso o dei mezzi a disposizione non risicati si possa riuscire a raccontare delle storie universali. Vedi ad esempio Florence di Emanuele Daga, che è un corto di diploma realizzato al termine degli studi all’American Film Institute capace di declinare la sensibilità italiana attraverso un linguaggio statunitense. O ancora Refuge di Federico Spiazzi, prodotto da Federica Belletti, due studenti della Columbia University che hanno realizzato un’opera che parla di multi-etnicità in una maniera davvero intensa. Questi esempi di apertura all’estero da parte degli autori italiani mi fa ben sperare per il futuro.
Devo dire che anche le produzioni al 100% made in Italy, chi più chi meno a seconda dei gusti, sono risultati soddisfacenti. Quello che mi sento di consigliare a riguardo è di puntare di più sulle sceneggiature, già dalla fase di studio. Forse un approccio più tecnico a volte può aiutare a dare maggiore sostanza e solidità alle opere stesse, così da permettere alle storie di addentrarsi con sicurezza in temi universali e di arrivare con facilità al cuore delle persone. Il tutto passando per linguaggi più innovativi e originali.

D: Da qualche anno hai ereditato la direzione artistica di una manifestazione storica, in che modo sei riuscito a dare continuità al lavoro di chi ti ha preceduto?
C.L.: Ovviamente non mi permetto alcun paragone con chi mi ha preceduto. Ho sicuramente ereditato la voglia di tirare fuori e mostrare delle opere che siano innovative e che comunque vadano a raccontare la contemporaneità in un modo assolutamente personale. Questo è un punto in comune con le precedenti gestioni.

D: C’è qualcosa che non sei ancora riuscito a fare e che ti piacerebbe introdurre nell’architettura e nella proposta del festival?
C.L.: Mi piacerebbe portare al Sulmona International Film Festival qualcosa che riguarda la realtà virtuale, magari attraverso una vetrina dedicata alle nuove tecniche e tecnologie utilizzate nel settore cinematografico dai registi più all’avanguardia. Poi mi piacerebbe che il festival diventasse ancora più internazionale, con una maggiore presenza di talents in loco durante i giorni della manifestazione. Questo sono sicuro che verrà con il tempo e con un consolidamento della nostra struttura organizzativa, anche grazie a un incremento da parte dei potenziali sostenitori.

D: Quanto è difficile fare un festival in Abruzzo?
C.L.: È complesso, ma è complesso fare un festival in generale. Sicuramente l’inattività della Film Commission d’Abruzzo non aiuta e non aiuta nemmeno le produzioni che davanti all’assenza di bandi e finanziamenti si spostano in altre regioni. Ripercussioni a cascata insomma. Il mio augurio è che si possa quanto prima istituzionalizzare, ma in maniera concreta e reale, una struttura dotata di disponibilità economiche in grado di attirare autori e produttori.

Francesco Del Grosso

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