Incident Reports

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Frammenti di una memoria ritrovata

Agli occhi di molti un’opera come Incident Reports potrebbe apparire come il classico esempio di cinema terapeutico, agli occhi di molti altri invece potrebbe addirittura assumere valenze taumaturgiche. La linea che separa l’una dall’altra interpretazione, in tal senso, è davvero sottile e rischia di farci scivolare in territori scivolosi e ostici, all’interno dei quali albergano e si diramano le radici di argomentazioni davvero vaste e complesse, che in questo contesto risulterebbero davvero fuori luogo, oltre che estremamente noiose. Risale alla notte dei tempi la diatriba tra medicina-scienza e religione, per cui ce ne teniamo saggiamente alla larga, assumendo una posizione in tutto e per tutto neutrale, anche perché in fin dei conti nel documentario di Mike Hoolboom, presentato nel concorso internazionale della 36esima edizione del FilmMaker, ci sono le tracce un po’ di entrambi gli aspetti. Questo perché a leggere la sinossi e a vederne gli sviluppi sullo schermo qualcosa di miracoloso nella storia e nel progetto c’è.
In seguito all’amnesia provocata da una caduta in bicicletta il regista prova a recuperare la memoria con una terapia audiovisiva. Per farlo, Hoolboom filma brevi take a camera fissa di un minuto cadauno della sua città, Toronto, popolata da vecchie e nuove conoscenze, alla ricerca di un’intimità con il proprio spazio, con le sue abitudini. Ciò che nasce è un’inedita sinfonia urbana vista attraverso gli occhi di un flâneur sulle tracce di se stesso, che fissa il mondo attorno con sguardo privo di sovrastrutture. E questo sguardo che posa sulle persone e sulle cose sembra essere quello di un bambino che osserva e scopre per la prima volta ciò che lo circonda, ma anche quello di qualcuno che dopo un periodo di buio è tornato finalmente a vedere.
Incident Reports è un film sul recupero della memoria nel vero senso della parola, ma anche un flusso di coscienza che via via riaffiora. Un recupero nel senso letterale della parola, con un cineasta che utilizza l’obbiettivo della videocamera come estensione ottica per catturare e la memoria artificiale della videocamera stessa come contenitore di immagini, suoni, ricordi e riflessioni che servono a rievocare un passato smarrito a causa di un incidente che ha resettato tutto. È proprio questa totale corrispondenza, il livello di compenetrazione tra le due componenti il vero punto di forza del film.
Il risultato è un mosaico formato da singoli tasselli che una volta assemblati restituiscono allo spettatore la misura del tutto, compreso il significato di un’operazione che altrimenti avrebbe un senso solo per colui che l’ha voluta. Qui il senso nasce proprio dall’incontro e dalla fusione dei singoli pezzi di puzzle, che restituiscono sullo schermo la misura di un’esperienza esistenziale che trasuda verità da ogni singolo frame. Da questo punto di vista, tecnicamente, Incident Reports potrebbe essere considerato un film di montaggio, un po’ come lo erano stati a suo tempo Life in a Day e successivamente il nostro Italy in a Day, ma con un solo autore a rivendicare la paternità della moltitudine di contributi. A tal proposito, tornano alla mente le parole di Salvatores pronunciate all’epoca della presentazione di Italy in a Day alla 71esima Mostra di Venezia: «Oggi, sommersi da qualsiasi tipo di immagine, non è forse il montaggio quindi il racconto, la vera anima del film?». Nel caso della pellicola del cineasta canadese tutto questo assume un significato ancora più profondo e intimo, ma capace di aprirsi anche all’esterno e al mondo. Con questo progetto molto personale, infatti, che è una ricognizione antropologica e insieme un atto d’amore verso i luoghi in cui vive, Mike Hoollboom offre allo spettatore una riflessione sul senso di collettività, che spesso si può ritrovare in situazioni bizzarre, come quando filma i suoi concittadini in strada mentre cantano all’unisono un brano dei Culture Club. Tutto ciò però fa parte di lui o lo è stato in passato, perché ogni take che ha assemblato scoprirete non essere mai casuale.
Si tratta di un oggetto audiovisivo non meglio identificato, che ha nella sua indeterminatezza e nel desiderio di sfuggire alle facili catalogazioni un elemento di attrazione per un certo tipo di platea, ma allo stesso tempo un elemento di respingimento per quel pubblico al contrario poco propenso a quelle elucubrazioni figlie di stucchevoli e irritanti creazioni autoriali del cineasta di turno. Noi non la vediamo così.

Francesco Del Grosso

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