Una vita da gatto

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3.0 Awesome
  • voto 3

Felini pensanti, bambine melense, personaggi privi di caratterizzazione: la crisi del cinema per le famiglie

Tom Brand (Kevin Spacey) è un ricco imprenditore con manie di grandezza e anche un po’ di onnipotenza, dedito agli affari, al denaro e al raggiungimento del potere, ma, guarda caso, completamente privo di attenzioni nei confronti della propria famiglia. Dispotico e provocatorio nei confronti del figlio di primo letto che lavora nella sua impresa, Tom Brand dimostra di essere un pessimo padre anche nei confronti di Rebecca, la figlia di secondo letto, verso la quale ha un atteggiamento distratto, superficiale, in una parola, assente. Non serviranno le numerose telefonate della moglie a distoglierlo dal proprio ego, né tantomeno le attenzioni del figlio; perfino il compleanno della piccola Rebecca non lo aiuterà a diventare un uomo migliore. Tom Brand, per diventare un uomo migliore, dovrà diventare un gatto.
Sì, avete capito bene: il nuovo film di Natale per le famiglie, opera di Barry Sonnenfeld, già noto per i più riusciti Men in Black e La famiglia Addams, e per il quale è stato scomodato perfino Kevin Spacey, racconta di un uomo che per diventare buono, diventa un gatto.
È il titolo stesso del film, del resto, a lasciar poco spazio all’immaginazione, ma accade molto spesso che le pellicole di questo tipo, proprio per la banalità del soggetto narrato, più che sulla trama, si concentrano sul modo di raccontarla. E tirano fuori effetti speciali, stop-motion, montaggi che se ne infischiano delle strutture spaziali e temporali, dialoghi vivaci o personaggi a cui non si può fare a meno di affezionarsi. E da una trama scontata e poco originale, esce comunque fuori un piccolo gioiello.
Una vita da gatto non mostra una trama originale. E nemmeno un modo originale di narrarla. Con una mediocrità che guida, dal primo all’ultimo fotogramma, il lento dipanarsi della pellicola, riesce a malapena a strappare qualche timido sorriso nelle scene iniziali, proprio grazie alla presenza della  star coinvolta, che salva l’insalvabile, per poi scomparire dietro le vesti di un gatto; quindi anche Kevin Spacey, da un certo punto in poi, ce lo siamo giocato. E rimaniamo per i restanti 60 minuti a contatto con bambine leziose, mogli patinate e ricchi uomini d’affari che – ma pensa un po’ – faranno di tutto per stroncare  il protagonista, momentaneamente fuori gioco, con tutto il suo impero.
Una vita da gatto non si salva. Non si salvano gli attori che dominano la scena per buona parte del film; non si salva la sceneggiatura, né tantomeno la regia.
Ma è un film per famiglie”, potranno controbattere in molti. E in tutta risposta, al critico appena accusato di eccessiva intransigenza, tornano in mente, con una nota di malinconia, quelli che erano i “veri” film per famiglie di una volta. E nel chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, sospende il giudizio sul dubbio se siano le famiglie ad essere cambiate, o se sia proprio questo cinema-spazzatura ad aver provocato questo lento e radicale cambiamento.

Costanza Ognibeni

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