In memoria di Fabio Carpi

0

Un addio in punta di piedi

Se ne è andato così, quasi in punta di piedi, un autore come Fabio Carpi: probabilmente conosciuto ed apprezzato fuori dai nostri confini più che in patria. Relativamente “scomodo” per il non essersi mai conformato alle mode correnti, a tutto ciò che la critica cinematografica nostrana, sempre più superficiale, spocchiosa, autoreferenziale e uterina, considera purtroppo importante. Poco incline alla vuota celebrazione dello “specifico cinematografico”, il suo cinema (al pari delle sporadiche incursioni sul piccolo schermo) ha rappresentato semmai una felice ibridazione dei molteplici stimoli culturali, provenienti dalla Letteratura, dal Teatro, dalla Storia, dalla Filosofia, tutto materiale trattato con un garbo ed un’ironia che appaiono ormai fuori dal tempo.
Troppo poco, evidentemente, agli occhi delle riviste specializzate e più in generale dei media italiani, pronti a farsi distrarre tanto dal clima delle feste natalizie che dalla sudditanza nei confronti di altri nomi, di altre traiettorie artistiche, ritenute più in voga e più facili da metabolizzare per il grande pubblico. La fredda cronaca dice invece questo: lo scorso 26 dicembre Fabio Carpi si è spento a Parigi, alla veneranda età di 93 anni, senza che qui si sia detto molto a proposito della sua dipartita e di una produzione cinematografica e televisiva forse un po’ rarefatta, negli anni, ma sempre improntata a soggetti di qualità e a tematiche letterarie di un certo spessore, per quanto non necessariamente popolari a livello di ascolti e di incassi al botteghino. Qualche parola a riguardo la vorremo pertanto dire noi, così da riempire almeno in parte quel vuoto, quel silenzio assordante.

Fabio Carpi, milanese, già nel corso degli anni ’40 si era fatto notare come giovane penna molto attiva, con esperienze da critico cinematografico presso L’Unità e altre redazioni. A seguire un’avventura molto formativa in Brasile, che lo vede pure esordire come sceneggiatore. Sin dai primi anni la scrittura è stata per Carpi specchio ideale di una personalità curiosa, sensibile, onnivora, attenta poi a proiettare tale varietà di interessi su progetti concepiti per il grande come anche per il piccolo schermo. In qualità di sceneggiatore ha collaborato con personalità del calibro di Antonio Pietrangeli, Dino Risi e Vittorio De Seta. All’inizio degli anni ’70 ha anche vinto un Nastro d’Argento per la sceneggiatura del film Diario di una schizofrenica, girato da Nelo Risi ed ispirato all’omonimo libro di Marguerite Sechehaye.
Più tardivo l’esordio alla regia: a parte l’estemporanea presenza dietro la macchina da presa per un breve documentario televisivo, nel 1968, suo lungometraggio d’esordio viene considerato Corpo d’amore, pellicola del 1972 con Mimsy Farmer e Lino Capolicchio tra i protagonisti. Complessivamente le sue regie cinematografiche, anche contando il periodo di maggior attività, non sono particolarmente numerose. Ad evidenziare, così, un’accurata selezione degli spunti sui quali lavorare, da cui l’attitudine a privilegiare la qualità e non conferire identico valore all’appeal commerciale dell’opera. C’è da dire, però, che nel mentre Carpi continuava a portare avanti quella brillante, colta carriera di scrittore e autore televisivo, focalizzata, neanche a dirlo, su parabole storiche e letterarie di indubbio interesse. Televisione, quindi RAI, ma anche trasmissioni radiofoniche! Validissimo esempio le “interviste impossibili” andate in onda sul Secondo Programma della Rai (odierna Radio 2) nel corso del 1973. Non furono certo pochi i nomi di primissimo piano coinvolti nel progetto. Sapevate che Umberto Eco parlò con Beatrice Portinari? Calvino con Montezuma? O che Casanova si palesò a Giorgio Manganelli? Tanto per restare in tema, Fabio Carpi ebbe un dibattito addirittura con Napoleone. Insomma, quando era più frequente che radio e televisione facessero anche cultura, intellettuali di questo livello si divertivano a immaginare i loro incontri (e relativi dialoghi) con personaggi importanti del passato. Ricerca storiografica. Ironia. Spirito divulgativo. Questi gli ingredienti del sapido programma… e ve ne vogliamo far assaporare l’atmosfera con la registrazione in coda all’articolo: Fabio Carpi incontra Ippocrate. Lo scrittore e regista alle prese col medico greco (460 a.C. – 377 a.C.), interpretato per l’occasione dall’attore Vittorio Caprioli.

Tornando alla settima arte, meno di dieci sono le pellicole girate tra gli anni ‘70 e l’inizio del Duemila. Spesso con una imbarazzante disparità di accoglienza, da parte di pubblico e critica, se ci si focalizza sull’estero: basti pensare che uno dei suoi titoli più noti, Quartetto Basileus (1983), è rimasto in programmazione per un anno intero a New York, mentre in Italia beneficiò di una visibilità minima. Ancora una volta, per colpa di un pubblico pigro e di un’intellighenzia post-sessantottina in letargo come le marmotte, ci tocca indossare il cilicio. Senza ripercorrere ciascuna tappa di questa breve ma intensa filmografia, è opportuno rimarcare alcune costanti. La frequente origine letteraria dei copioni. Il mai pedante ricorso a citazioni e parafrasi di romanzi, poesie e testi teatrali. L’interesse al limite del morboso per la vecchiaia, per le sue ripercussioni sull’animo umano. Il malinconico trascorrere del tempo. Le passioni amorose vissute con disincanto e trasognata sensualità.
Raffinati e assai pregnanti i richiami presenti nelle singole pellicole: Marcel Proust, Thomas Mann, Gertrude Stein, Raymond Radiguet, Novalis. Per non parlare poi di Borges, le cui tracce abbondano in quel piccolo gioiello che è Nel profondo paese straniero (1997). Dei due film che al momento della loro uscita ci coinvolsero a un livello più alto, Nobel (2001) e il proustiano Le intermittenze del cuore (2003), intendiamo parlarvi a parte. Detto questo, l’invito è senz’altro a recuperare frammento dopo frammento il percorso di questo autore appartato, generoso, introspettivo, votato alle parafrasi letterarie ma senza alcuna pesantezza, che una cultura cinematografica italiana volubile, settoriale e priva di un genuino slancio umanistico ha spesso relegato in soffitta.

Stefano Coccia

Leave A Reply

1 × 5 =