Divagante #8: IL VILLAGGIO DELLE STREGHE (The Offspring) di Jeff Burr

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Fermatevi per una notte di autentico terrore…

Oldfield, Tennessee.
A prima vista una città come tante altre. La più placida, laboriosa provincia americana, dove ogni giorno scorre uguale al precedente tra un «bicchiere della staffa» e le preghiere della sera. Eppure, sotto il velo di una ipocrita apparenza (che come in ogni microcosmo dell’America rurale che si rispetti è scandìta, consumata e puntualmente rinnovata dalla funzione domenicale), il Male ha piantato le proprie radici.
Città maledetta, Oldfield. Oscuro catalizzatore, malefico simulacro fondato dalla violenza in persona… e dalla sofferenza.
Parole, quelle recitate enfaticamente dal Mostro Sacro Vincent Price, che introducono le Quattro Storie Per Non Dormire di un curioso portmanteau dell’orrore, Il villaggio delle streghe (1987), che alterna gradevolmente (o sgradevolmente, sono punti di vista) morbosità e raccapriccio, derive splatter e grottesche, concedendosi contrappunti – e contrappassi – tanto crudeli quanto beffardi, vedi la chiusa del secondo segmento ispirata all’episodio Wish You Were Here di Racconti dalla Tomba, che delineano un’atmosfera di angoscia surreale. Non che il tocco sia dei più raffinati; e mancano, per restare in tema Amicus (modello illustre eppure incongruo, data la lontananza temporale e geografica, quindi sensibile, che separa la sua nidiata di incubi antologici dal film in questione), l’eleganza e l’eco macabra delle migliori crestomazie della Casa Che Vendeva La Morte. Del resto dietro la macchina da presa non siedono Freddie Francis o Roy Ward Baker, bensì l’esordiente Jeff Burr, che sceneggia – in compagnia di C. Courtney Joyner e del produttore Darin Scott – e dirige baloccandosi tra omaggi ai classici del genere (non solo cinematografici ma letterari: ci sono Lovecraft e un pizzico di Poe, «quanto basta» di Bradbury e su tutti l’imponente presenza di King e dei comics EC) e prevedibili quanto affettuose riproposizioni di cliché «sempreverdi», vedi il topos del villaggio stregato e, per venire ai singoli tasselli di questo orrendo mosaico, del «piccolo assassino» dall’oltretomba, dei bayou nelle cui acque stagnanti affondano i misteri del vudù, delle fiere dei Fenomeni da Baraccone (il Circo Lovecraft del terzo frammento) e della comunità di fanciulli sanguinari prima vittime e poi carnefici degli Abissi di Follia del Regno degli Adulti. Lo stesso personaggio di Price, sulle cui spalle-di-gigante-provato (vale a dire un po’ stanco e sottotono) si regge la cosiddetta «storia cornice», rappresenta un tipico stereotipo: un bibliotecario ritiratosi in una tetra dimora vittoriana (simbolico riparo dall’influsso insieme maligno e impalpabile che attanaglia la città) e depositario dei più terribili segreti che hanno segnato, o meglio macchiato la poco nobile storia di Oldfield. Una messe di atrocità che al confronto la Derry di King pare un innocuo paradiso-per-turisti. E atrocità sulle quali Price, che col Mike Hanlon di It condivide la professione e la turbata scrupolosità dello storico divenuto custode della Memoria di Sangue della città, erudisce la giornalista Susan Tyrrell giunta a Oldfield per fare luce sul passato dell’assassina seriale Martine Beswick, la nipote di Price giustiziata con un’iniezione letale in apertura di pellicola. Un incipit che se da un lato palesava una messa in scena discutibile (la dilettantesca composizione frontale, statica, del campo totale dell’esecuzione), dall’altro, con quella corsa al ralenti sospesa e sognante, ipnotica ed estatica della Beswick – indimenticabile nell’hammeriano (e sottovalutato) Barbara il mostro di Londra –, introduceva «liricamente» la presenza volatile e malvagia che allunga i propri artigli sul «villaggio», e che ha spinto la stessa Beswick («nipotina sanguinaria» e tagliagole dalla tenera età di sette anni!) a unirsi a quelle schiere di anime erranti condannate a uccidere senza motivo apparente.

«Il paese è colpito da una maledizione oscura», arringa Price. «La sventura è nell’aria, e la nostra popolazione ne è colpita come da un morbo». E per un attimo, potere della suggestione, pardon di un’icona, siamo pronti a chiudere un occhio (e persino due) sulle manchevolezze del film (cui proprio non riesce la magia di tanti piccoli gioielli a basso costo: sopperire alla povertà di mezzi col talento e l’ingegno), a sospendere l’incredulità e a credere che sì, non ci basterebbe una vita intera per leggere i resoconti dei misfatti avvenuti in quel di Oldfield. A tal punto pendiamo dalle labbra (e dai caratteristici baffi «a sigaretta») di Price che pur consci del quadro nel complesso desolante non possiamo che rabbrividire quando il Nostro ci aggiorna sulla sorte del suo predecessore, quel vecchio bibliotecario fatto a pezzi in compagnia dell’amante (quando si dice uniti nella vita e nella morte) da un marito tradito e armato d’ascia. Ed è certo che nessuno meglio di lui (tranne forse i dioscuri Cushing e Lee) avrebbe potuto recitare in modo tanto convincente, e giunti ormai agli sgoccioli degli Ottanta, battute come: «La storia di Oldfield è scritta col sangue, e le sue pagine sono ricavate da pelle umana».
E pensare che proprio Price, il pezzo forte della macabra collezione messa insieme da Burr, accettò di prendere parte al progetto soltanto in extremis, e al termine per giunta di una serie assai curiosa di eventi.

Prodotto da Darin Scott e da William Burr per la Conquest Entertainment (con poco più di un milione di dollari), Il villaggio delle streghe venne girato in due fasi. Le riprese delle quattro novelle, fissate originariamente per l’agosto ’85, furono posticipate e completate in ventiquattro giorni tra l’aprile e il maggio ’86 (a Dalton, in Georgia). Solo allora Burr e Scott si preoccuparono della wraparound story. «Trovammo l’indirizzo di Price e andammo a casa sua», ha raccontato il regista a Robg. & Mike C. di Icons of Fright, «dopodiché bussammo alla porta e gli consegnammo lo script. Lui ci invitò a entrare e stette con noi per circa quindici minuti, non avrebbe potuto essere più gentile.
«Due giorni dopo ci chiamò e ci disse: “Lo script è molto buono, mi piace. E mi piacete voi, ragazzi, tuttavia non sono sicuro che faccia al caso mio. Mi ero ripromesso di non fare più film dell’orrore”. In pratica non era un rifiuto ma neppure un assenso entusiasta. Quindi pensammo, “Che facciamo?”»
Trovare un’alternativa sembrò ai due intraprendenti cineasti la scelta più opportuna; peccato che nel frattempo, nel pieno della fase di montaggio, le già scarse risorse si esauriscano del tutto. Brevemente e brutalmente: la produzione si scopre al verde e il film viene sospeso. Trascorrono circa otto mesi, durante i quali Scott presenta brandelli di girato a potenziali investitori e il regista, quanto mai fiducioso che l’impasse si risolverà nel più canonico lieto fine, revisiona lo script della «storia cornice».
«Quasi ci scordammo di Price», ha raccontato, «perché ero convinto che non avrebbe mai accettato di fare il film. E intanto mi ripetevo, “Sai chi sarebbe perfetto per la parte? Max von Sydow”. Quindi contattammo il suo agente, Walter Kohner, che lesse lo script e ci fissò un appuntamento. Andai solo e mi disse, “Max non farà il film. Ma ho il nome perfetto per te. Vincent Price”».
Così è la vita, si potrebbe affermare in un impeto irrefrenabile di qualunquismo: curiosa e imprevedibile. Fatto sta che le tessere di un mosaico fino ad allora confuso e scombinato trovano in un batter d’occhio la propria perfetta collocazione. Price si fa convincere a tornare sul luogo del delitto (una scelta che in seguito ripudierà) e un pugno di quattrini racimolati frattanto da Scott permette ai nostri eroi di ultimare la pellicola nel marzo ’87, quando Price e la Tyrrell danno vita alla wraparound story con due giorni di riprese nell’appropriata cornice degli studi di Roger Corman a Santa Monica. «E difatti sembra uno dei suoi film», scherzò Burr con Marc Shapiro di Fangoria, «ma con una differenza. Se Corman avesse avuto Vincent per due giorni ne avrebbe ricavato due film».

La première de Il villaggio delle streghe ha luogo al Festival di Cannes nel maggio ’87 (con il titolo From a Whisper to a Scream). Subito dopo viene annunciato che la TMS Pictures distribuirà il film negli Stati Uniti, colpita favorevolmente, a giudicare dal cambio di titolo (che muta in The Offspring, ovvero «progenie», poco prima dell’uscita nelle sale del 4 settembre ’87) e dalla locandina (con un mostruoso neonato «alieno» che squarcia la superficie dell’immagine), dal primo episodio, quello in cui un Clu Gulager oppresso da una sorella sfiorita e malconcia (ma non mancano coraggiose allusioni a un loro rapporto incestuoso) si invaghisce di una collega, la corteggia goffamente e rifiutato la uccide, stuprandone il cadavere e trovando la giusta punizione con l’avvento di un figlio demoniaco concepito dall’immoralità più morbosa e perversa.
E se questa rimane forse la più compiuta tra le novelle tenebrose di Burr – con l’omaggio a Baby Killer, il «sogno nel sogno» alla Landis (la gustosa epifania di un cadavere lussurioso) e alcuni spunti accattivanti come il flash della bella Grace che perde sangue dalla bocca e la scena in cui Gulager, dopo averla strangolata, le recita lezioso una propria poesia –, la gente violenta e gli episodi brutali cui allude in continuazione il buon Price si dipanano nei restanti frammenti come un viaggio a ritroso nel tempo che documenta le nefandezze di Oldfield fino agli estremi raggelanti della Guerra di secessione.

C’è il suggestivo bayou dove una sorta di stregone che gorgheggia litanie vudù cala la propria falce sul truffatore che tenta di carpirgli il segreto dell’immortalità – un episodio che mette in fila Creepshow, Venerdì 13 (nell’improvviso levarsi dalle acque di un «babau» alle spalle del protagonista), gli EC comics e la Amicus –, c’è il circo Lovecraft (e del resto Oldfield è una commistione di Arkham e Derry, o se preferite Castle Rock) quale metafora di una infelice Diversità (ma più che a Freaks le maldestre scene splatter con lamette, pezzi di vetro e di metallo che erompono dalla carne del «mangiatore-da-baraccone» rimandano a Cronenberg) e c’è, con un Burr che non lesina in «quadri» à la Grand Guignol, il crudele e inquietante affresco della guerra civile americana, con lo spregevole confederato di Cameron Mitchell preda di fanciulli segnati dal conflitto e debitori del notevole Ma come si può uccidere un bambino? di Serrador.
Un episodio, quest’ultimo, che getta uno sguardo niente affatto scontato, e anzi lucido e spietato sulla Storia americana, la cui innocenza perduta è la stessa dei ragazzi insieme angelici e diabolici che giocano con ingenua e brutale malvagità con cadaveri «macellati» e poi appesi come macabre pentolacce.

Insomma, ce n’è abbastanza per dare ascolto al suggerimento del manifesto italiano (dove campeggia un moderno Cavaliere Senza Testa armato di mannaia che regge il proprio capo mozzato, quello di Price, al centro di una luna piena).
Se passi da quelle parti, un consiglio: NON FERMARTI!

Stefano Leonforte

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