Il terzo occhio

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Lo sguardo (im)perfetto

Tutti gli autori cinematografici di una qualche ambizione si sono cimentati, prima o poi, in una riflessione sulle capacità intrinseche del dispositivo da loro usato nelle rispettive carriere. C’è chi lo ha fatto nell’ambito di un cinema narrativo e chi ha posto in essere tale ragionamento nell’alveo di un cinema sperimentale. Tuttavia entrambi hanno perseguito il medesimo scopo: colmare, attraverso un apparato tecnico nel corso degli anni sempre più sofisticato, le inevitabili lacune che affliggono l’occhio umano. La cinepresa (o telecamera, che dir si voglia…) è in grado di andare oltre. Mostrare l’importanza del dettaglio in modo nitido, affabulare con la ricercatezza del montaggio. Imbastire un discorso assai profondo e per questo stimolante sulla teoria del vedere e quella del guardare. Nella differenza che sussiste tra osservare e compenetrare. Sempre ammesso che questa ultima azione sia possibile in via ultima e definitiva.
Questo, tra le altre cose, è ciò che contiene il cortometraggio Il terzo occhio, realizzato dal regista foggiano Giuseppe Sciarra. Di cui avevamo già avuto occasione di scrivere grazie al suo precedente corto Venere è un ragazzo. Anche in quel lavoro, in apparenza incentrato su una tematica omosessuale, affioravano tra le righe molti altri spunti, a carattere universale. Lo stesso modus operandi caratterizza anche questo Il terzo occhio, confermando la capacità di Sciarra di superare in scioltezza la linea invisibile che separa un’opera ben confezionata ma di routine con quella in grado di forzare lo spettatore ad una ricerca di significato.
In poco meno di dieci minuti di durata Il terzo occhio – che volendo si potrebbe definire una scheggia di cinema sperimentale, ma gli si farebbe torto anche solo ad inserirlo in una categoria – pone in atto un processo visivo di notevole lucidità. Lo sguardo sulle opere del pittore romano Lorenzo Attolini, per inciso tanto affascinanti quanto inquietanti, funge da punto di partenza per teorizzare, appunto, sulle infinite capacità del medium cinematografico. Creando, grazie ad un utilizzo scientifico di ogni sua recondita proprietà, una totale immedesimazione nell’opera pittorica analizzata. La quale, grazie al “terzo occhio” cinematografico, assume un senso ben differente rispetto a quello che il nudo sguardo umano è in grado di percepire ad un primo grado di visione. Il cinema diventa quindi lente informante e deformante, puro atto creativo in seconda istanza. Un gesto teorico straniante accompagnato dal supporto vocale di Shizuka Kibi, fondamentale contrappunto sonoro nel generare l’atmosfera ricercata. Le immagini, incessanti ma mai ridondanti – ci sono altri contributi video realizzati da Piero Federico e Andrea Natale – si sovrappongono sino a partorire un nuovo orizzonte visivo tra opera d’arte e fruitore. Salvo poi, nella seconda parte del corto, ritornare ad un flusso visivo più quieto in cui vari cineoperatori e fotografi analizzano le opere di Attolini senza il furore creativo (soggettivo) della prima parte, come a dire che qualsiasi opera d’arte può essere, oltre che reinterpretata mediante altri linguaggi, anche metabolizzata e prendere altre forme nell’intimo della singola persona. La quale può rielaborare a proprio modo l’opera d’arte, ricreandola secondo la sua sensibilità.
E’ l’occhio (non) perfetto del cinema rientra così in una dimensione umanista, l’unica universalmente possibile in un mondo dove la tecnologia, espressa in tutte le forme che conosciamo, sta inesorabilmente prendendo il sopravvento.

Daniele De Angelis

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