Il Sogno del Vecchio

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7.0 Awesome
  • voto 7

La solitudine

Dopo l’ottimo Carne e Polvere, il giovane cineasta Antonio La Camera continua a mettere al centro dei suoi lavori gli aspetti reconditi della vita rurale. Il Sogno del Vecchio – cortometraggio della durata di sedici minuti – abbraccia però una fase successiva, rispetto al precedente dedicato alla “meravigliosa asprezza” della vita nei campi. Come suggerisce il titolo stavolta La Camera si focalizza su un protagonista nel pieno della cosiddetta terza età, anche lui reduce da una vita a strettissimo contatto con una Natura che scandisce appieno ritmi esistenziali oramai piuttosto rarefatti. Viene dunque spontaneo considerare questo Il Sogno del Vecchio quasi una sorta di capitolo successivo del precedente lavoro, oltretutto entrambi accomunati dal fatto di avere come unico attore in scena un parente strettissimo del regista: in Carne e Polvere il padre, in quest’ultimo lavoro il nonno, Giuseppe Viggiano.
Sarebbe tuttavia errato pensare ad un discorso semplicemente auto-referenziale, una sorta di messa in scena della famiglia come feticcio teso a dissimulare una mancanza di idee. Tutt’altro. Perché pure in questo cortometraggio La Camera – anche sceneggiatore, nonché direttore della fotografia, montatore eccetera – dimostra di essere perfettamente in grado di universalizzare un racconto (nel significato più autentico del termine…) in grado di farsi metafora di qualcosa di ben più elevato. Bastano pochi dettagli di regia a far entrare lo spettatore nell’atmosfera del corto: giornate estive che si ripetono in una quieta routine, qualche chiacchiera con gli amici vicini di casa, le medicine da dover prendere, ma soprattutto la ricerca del passato come unica via di fuga da un presente assieme ripetitivo nonché destinato a non essere lunghissimo. La solitudine dell’anziano mostrata insomma senza benevolenza o edulcorazioni di comodo. Con il sogno – da cui il titolo – peraltro scaturito da un malore, a costituire un ultimo, illusorio, rifugio di benessere psicologico, prima dell’inevitabile tramonto fisico all’orizzonte. Eppure non c’è ombra di pietismo in questo ritratto molto personale; la macchina da presa si muove dolcemente tra fotografie e luoghi densi di ricordi, mentre è al montaggio che spetta il compito di fornire quelle accelerazioni temporali le quali acuiscono il sentore di una fine imminente, da accogliere con la serena rassegnazione di chi, meglio di tanti altri, ha compreso l’inevitabilità del ciclo vitale avendo avuto la Natura stessa come migliore maestra di vita possibile.
Il Sogno del Vecchio – molto riuscito sia nelle sue immagini cariche di un’esistenza vissuta che negli inevitabili, ripetuti, silenzi che lo avvolgono; un pochino meno quando il protagonista commenta ad alta voce le immagini della propria vita passata – culmina con un canto tradizionale difficile da dimenticare: pur non appartenendo direttamente al bagaglio culturale del fruitore, riporta comunque alla memoria qualcosa di ancestrale, sepolto dalla memoria ma sempre vivo e pronto a riemergere in qualsiasi momento. In fondo Il Sogno del Vecchio è un’opera basata proprio sull’importanza del ricordo come parte indivisibile del dna della singola persona. Trascendendo le apparenze sul decadimento fisico e invece concentrandosi sulla ricchezza morale che porta con sé. Assieme agli inevitabili rimpianti per ciò che è stato e non tornerà.

Daniele De Angelis

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